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martedì 28 Giugno 2022
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    Il terreno della Berardenga, i suoi vini. E il progetto dei Cru dei viticoltori del territorio

    A "Terra Vocata" i primi risultati del progetto dell'associazione Classico Berardenga: "Dobbiamo imparare a cogliere le tante sfumature e differenze"

    CASTELNUOVO BERARDENGA – Nella splendida location della Certosa di Pontignano, nella mattinata del 25 ottobre scorso, si è svolto un importante convegno. Con, al centro, il vino, il territorio, il loro legame indissolubile.

    Durante “Castelnuovo Berardenga: Terra Vocata” sono stati presentati i risultati del progetto dei Cru, durato tre anni ma che non si ritiene ancora concluso.

    Ad aprire i lavori è stato il presidente di Classico Berardenga, l’associazione che riunisce numerosi produttori di Chianti Classico castelnovini, Leonardo Bellaccini.

    Presidente di un’associazione nata nel 2015 da un gruppo di aziende vinicole di Castelnuovo Berardenga, con l’intento di creare legami, oltre che mettere in condivisione i saperi.

    Già dal primo incontro avvenuto tra le aziende nel lontano 2015, molte cose sono andate avanti: già all’epoca infatti si tentava di capire quali fossero i fattori che caratterizzavano i vini della Berardenga, caratteristiche che spesso venivano (e talvolta vengono tutt’ora) valutate in maniera superficiale.

    Una di queste è il terreno.

    “Il progetto dei Cru – ha raccontato Bellaccini – parte dalla considerazione che ci sono più pubblicazioni sulla Luna, sulle ricerche nello spazio, di quante ce ne siano sui terreni. Ma per noi viticoltori il terreno è qualcosa da cui non si può prescindere!”.

    Classico Berardenga ha portato avanti negli anni alcuni progetti, fra cui le prove di micro-vinificazione su tre macro-famiglie di terreni di natura diversa, ovvero sabbia, macigno e galestro.

    Oltre all’apertura di un punto-enoteca comunale all’interno del Museo del Paesaggio e una carta dei vini congiunta per i ristoratori della zona.

    Infine, quattro anni fa, ha deciso di portare avanti ancora il progetto del Cru di “Terra Vocata”.

    Per fare ciò le aziende si sono appoggiate ad esperti del settore e oggi questo progetto è giunto ad un primo step. Non si parla di conclusione, in quanto potrebbero nascere altri stimoli.

    E’ stato poi Antonio Boco, giornalista e degustatore per la Guida del Gambero Rosso, che da quindici anni ha il piacere di lavorare su un territorio come quello del Chianti Classico e della Berardenga, a sottolinearne le caratteristiche principali (come luce, sole, calore), che incidono sui caratteri dei vini.

    È necessario però riconoscere anche l’importanza dell’interazione umana, oltre a quella naturale. L’uomo non è escluso, è assolutamente determinante nella produzione del vino.

    Boco non ha infatti dimenticato di menzionare gli uomini e le donne dietro alla produzione.

    “L’uomo – ha spiegato – è oggi tornato al centro della scena, non solo a livello di questioni stilistiche, come il modo di allevare la terra, di coltivare la vigna, le tecniche di produzione del vino, ma anche di salute e sostenibilità”.

    “Tornando alla denominazione – ha ricordato – in passato si faticava a capire quale vino rientrasse all’interno di quale perimetro, oggi invece ben definito. Ed è possibile ritrovare tratti ben precisi”.

    Il tutto, grazie a una “ritrovata convinzione, un coerente sguardo d’insieme affascinante, una ritrovata fiducia nel Sangiovese che fa squillare i vini in una certa maniera”, ha concluso Boco.

    Luca Toninato, dopo aver presentato accuratamente i differenti tipi di suolo che caratterizzano la zona, ha poi illustrato il progetto e i risultati raggiunti.

    Dopo la selezione di 16 aziende dell’associazione, queste sono state dotate della piattaforma informatica Enogis, sulla quale registrare una serie di informazioni.

    Che si sono andate incrociando nel tempo con le mappe dei suoli, la banca geologica della zona, altitudini, esposizione dei vigneti selezionati, dati meteo e satellitari.

    Francesco Rosi è poi sceso invece nel dettaglio del protocollo che le aziende hanno seguito durante i tre anni del progetto dei Cru.

    Ovvero un protocollo in tre step, che ha previsto la raccolta dei dati iniziali e l’inserimento sulla piattaforma, il monitoraggio di dati agronomici riguardanti la fase vegetativa delle piante.

    L’ultimo passo è stato, infine, quello di una vinificazione comune, che potesse eliminare ogni possibile differenza a livello tecnico: presi 450 kg di uva per ogni singolo Cru, barrique aperte o tonneaux, due follature giornaliere, nessun lievito aggiunto, svolgimento della malolattica, affinamento di almeno un anno in barrique di terzo passaggio.

    Francesca Elia ha poi raccontato l’esperienza di degustazione di due panel di assaggio effettuati per ogni vendemmia, per valutare i risultati in corso d’opera.

    “L’assaggio congiunto – ha sottolineato – ha dato innanzitutto una grande ricchezza umana e di sapere all’associazione. Ci siamo ritrovati con le bottiglie bendate e avevamo a disposizione una App per valutare dal punto di vista visivo, olfattivo e gustativo i singoli Cru. E sin dai primi assaggi è risultato come una delle variabili più importanti fosse il tipo di suolo su cui il vigneto si trova. Con differenze più forti a livello olfattivo in base ad altitudine ed esposizione”.

    La parola è quindi tornata ad Antonio Boco, per un “assist” finale: la conclusione, però, è che non vi sono conclusioni, ma “solo” punti di partenza.

    “Per non rischiare che i confini portino a generalizzare – ha detto Boco – dobbiamo imparare a cogliere le tante sfumature e differenze, anche all’interno della stessa azienda. Questi lavori non servono per semplificare le cose, che sono complesse per natura, ma per sgomberare il campo da luoghi comuni e iniziare un percorso di consapevolezza e attenzione”.

    La chiusura del convegno è stata di Carlotta Gori, direttrice del Consorzio Vino Chianti Classico, che ha sottolineato l’importanza di illustrare al consumatore ulteriori dettagli di un territorio ricchissimo, con sfumature e variabili significative, ma senza dimenticare la denominazione di origine, in cui i fattori fisici, ambientali e umani sono già contemplati.

    “Dentro la Docg – ha detto Gori – i produttori delle varie aree si contaminano con le loro conoscenze e la comunicazione virtuosa fra produttori è ciò che consente al fattore umano di entrare nelle bottiglie”.

    “Il Consorzio – ha concluso – per statuto ha il dovere di trovare un filo conduttore che unisca tutte le peculiarità del territorio. Ma proprio per questo guarda con attenzione al lavoro delle associazioni al suo interno, perché facilitano la comunicazione e la condivisione di sapere fra aziende, caratterizzando così in maniera unica e preziosa i prodotti”.

    Al convegno ha seguito la degustazione dei Cru e di alcuni dei vini delle aziende socie riservata a stampa e operatori di settore; mentre nel pomeriggio l’evento si è aperto al pubblico, all’interno del chiostro della Certosa.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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