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giovedì 30 Giugno 2022
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    Lorenzo Pini: “Limitabili solo con piani di abbattimento razionali e misure di prevenzione-protezione”

    Il tema degli ungulati è sempre d'attualità, in psrticolare nelle nostre zone. I danni all'agricoltura, i rischi che corrono gli automobilisti, la necessità di un serio programma di contenimento: di questo e di molto altro abbiamo parlato con Lorenzo Pini (in foto), tecnico faunistico e forestale (lo potete contattare su www.faunambiente.it).

    Lorenzo, in Chianti i danni da ungulati sono sempre più "discussi": partiamo dai cinghiali. Di che tipo di presenza parliamo e quali i danni maggiori?

    "Parlare di numeri soprattutto per quanto riguarda il cinghiale risulta molto difficile; per dare un’indicazione di massima, si può dire che la consistenza nel territorio del Chianti è dell’ordine di alcune migliaia di capi, anche sapendo che nell’intera Toscana si stima un contingente bel al di sopra dei 100.000 individui. I viticoltori chiantigiani conoscono bene cosa comportala presenza del cinghiale visto che i danni da esso prodotti sono a carico soprattutto dei vigneti, in particolare sull’uva matura. Ma ci sono altri tipi di danno, spesso trascurati perché difficilmente monetizzabili, come quelli sui muri a secco che vengono “smontati” per la ricerca di cibo. E questo è un danno non solo per gli agricoltori ma per tutto il territorio soprattutto da un punto di vista paesaggistico e idrogeologico. E non parliamo poi degli incidenti stradali. Si può dire inoltre che, sebbene in Toscana il cinghiale rappresenti l’animale che provoca più danni, nella zona del Chianti contende questo primato con il capriolo, specie anch’essa molto diffusa e comune ma dalla quale le colture possono essere difese più difficilmente".

     

    Si possono limitare in qualche modo?

    "In realtà, gli strumenti classici della prevenzione dei danni a carico delle colture, come i recinti elettrificati, risultano piuttosto efficaci per quanto riguarda l’azione del cinghiale. E’ importante chiarire però che queste strutture devono essere progettate in modo corretto e mantenute efficienti e attive nei periodi a maggior rischio. Il discorso è un po’ diverso per quanto riguarda la difesa dai cervidi come capriolo, daino e cervo".

     

    Appunto: daini, caprioli, cervi. Per favore spiegaci le differenze sia fra il tipo di animale (e sul comportamento) e in merito alla loro presenza.

    "Queste sono specie che appartengono alla stessa famiglia per cui presentano forma e struttura piuttosto simili. Tuttavia le differenze sono molteplici. Prima di tutto  direi le dimensioni. Se infatti il capriolo adulto può pesare fino 30 kg, un daino maschio può arrivare a 100-120 e il cervo a 250. Senza entrare nel merito delle differenze nella struttura delle corna (meglio chiamati palchi in quanto caduchi), una persona inesperta nel riconoscimento può trovare aiuto nell’osservazione della parte posterioredell’animale: il capriolo non ha coda e presenta una larga macchia di peli bianchi d’inverno e più scuri d’estate; il daino possiede una lunga coda nera con uno specchio anale bianco; il cervo ha pure la coda ma di color marrone chiaro con uno specchio anale dello stesso colore molto esteso. Dal punto di vista del comportamento daino e cervo possono essere in parte assimilati, essendo specie che vivono spesso in gruppo e che si muovono molto alla ricerca di cibo. Il capriolo è invece territoriale e vive da solo o un piccoli gruppetti".

     

    Quali i danni maggiori che causano e, anche in questo caso, si può fare qualcosa per limitarli?

    "Nel Chianti i danni maggiori sono anche in questo caso rivolti ai vigneti, ma in questo caso, il danno si rivolge soprattutto ai getti delle viti che vengono morsi, inibendo a volte anche la possibilità di produrre il grappolo: il danno se si vuole è quindi più grave rispetto a quello prodotto dal cinghiale. La mia esperienza, data anche da ricerche condotte con il DEISTAF dell’Università di Firenze e l’ATC Firenze 5, è che con una razionale progettazione dei recinti elettrificati, con schemi idonei ad ogni singola specie e costruiti con materiali efficienti (soprattutto la qualità dei fili conduttori), si possono ottenere buoni risultati. E un aiuto può essere fornito anche da strumenti elettronici di dissuasione acustica e visiva. In generale la difesa da questi animali risulta comunque più complessa rispetto a quello per il solo cinghiale. Tengo inoltre a dire che, sebbene non se ne parli molto, si assiste anche ad evidenti danni sui boschi e principalmente sulle giovani piante che rappresentano la fonte di rigenerazione dello stesso bosco. Un danno, questo, forse di minor entità economica ma di notevole portata ecologica per il territorio".

     

    In definitiva, si può parlare secondo te ti vero e proprio "allarme ungulati" oppure è solo un'esagerazione?

    "Certamentela situazione non è delle più semplici e in merito sono in atto accese discussioni tra il mondo venatorio, quello agricolo e le Istituzioni. Forse non è giusto parlare di allarme perché gli animali non sono comparsi all’improvviso; il problema è che ci siamo mossi in ritardo per trovare delle soluzioni. Da tecnico posso solo dire che il problema esiste e che certamente non è di facile soluzione in quanto gli ipotetici “stermini risolutori”, di cui si sente a volte parlare, non sono possibili, non solo per motivi etici e legislativi ma anche tecnici. Lavorando da molti anni nel settore posso dire che ormai il “fattore ungulati” può essere considerato alla stregua di fattori di danno come la siccità, la grandine o le malattie; in tal senso, andare verso un miglioramento delle misure di prevenzione e protezione, magari con piani di abbattimento adeguati e razionali, rappresenta secondo me l’unica via d’uscita".

    di Redazione

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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