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mercoledì 17 Agosto 2022
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    L’INTERVISTA / Il clima che cambia, i riflessi sul vino e sul Chianti Classico. Parla Paolo Cianferoni da Radda

    Il titolare di Caparsa, osservatore da sempre attento del rapporto fra meteo e vigna, ci dice la sua: per quanto riguarda l'immediato e per le prospettive future del Gallo Nero

    RADDA IN CHIANTI – Paolo Cianferoni, titolare dell’azienda vitivinicola Caparsa, a Radda in Chianti, è da sempre osservatore attento del rapporto fra clima e vite (e non solo).

    Senza peli sulla lingua, esprime le sue opinioni anche sul proprio blog. O, come capita, a volte anche sui canali social. Oltre che, ovviamente, nelle chiacchierate faccia a faccia.

    In questa estate di siccità profonda, che più di altre sta invitando a riflettere al rapporto fra uomo, clima e agricoltura, Il Gazzettino del Chianti lo ha incontrato per farsi dire la sua opinione. Concentrandoci in particolare su uno dei nostri prodotti di riferimento, ovvero il vino Chianti Classico.

    Sulle prospettive di questa annata, certo. Ma anche sul futuro che verrà, su come il clima, il meteo che sta cambiando innegabilmente, andrà a impattare sul Gallo Nero che abbiamo conosciuto fino ad oggi. 

    Paolo Cianferoni, partiamo innanzi tutto da questa annata. Lo sappiamo, si parla con le uve in cantina. Ma ad oggi, cosa possiamo dire del 2022 che sarà…?

    “Già a primavera, il 3 di maggio, avevo scritto come la situazione delle falde acquifere poteva influenzare l’annata 2022. Dicevo che le pioggie invernali erano state insufficienti, ma anche quelle di inizio primavera. Che la terra in profondità era pressoché arida. Ancora oggi, 10 luglio, le precipitazioni risultano pressoché assenti e le temperature molto al di sopra delle medie stagionali. Però vedremo che succede a settembre, mese fondamentale prima della vendemmia, per capire cosa sarà il 2022″.

    Detto questo, i cambiamenti climatici ormai innegabili, come pensa influiranno sulla viticoltura?

    “Ancora c’è chi sostiene che i cambiamenti climatici derivino non dalla attività umana, ma dalle attività solari. A me sembra una bufala, semplicemente perché la popolazione mondiale (7 miliardi e 900 mila abitanti) consuma energia e preda l’ambiente circostante, come ogni essere vivente. Finché la Terra riesce a compensare è tutto ok. ma quando il pianeta non riesce più a compensare la reazione si ritorce verso chi preda. In viticoltura stiamo assistendo dal 2003, annata particolarmente calda con temperature di 43 gradi per due mesi e mezzo, a un cambiamento radicale della maturazione delle uve, sempre più precoce, fino ad arrivare alla bruciatura degli acini sotto il sole cocente. Tutto questo comporta una generale diminuzione dell’acidità, un aumento del Ph, una evaporazione delle proprietà più volatili. Stiamo assistendo a un cambiamento importante della geografia delle migliori vigne rispetto a 30 e oltre anni fa”.

    Dovranno cambiare i parametri di valutazione delle zone? E di conseguenza anche i valori?

    “Certamente: 40 anni fa nel Chianti, ad esempio, la maturazione del Sangiovese era ottimale solo nelle vigne esposte a Sud, mentre la maturazione era difficile in esposizioni Nord-Est, come a Caparsa. Oggi si è rovesciata la situazione, i migliori vigneti sono quelli più protetti dalle ondate di calore. Devo anche dire che gli interventi in cantina ancora riescono a compensare la sovra maturazione, e che non tutte le annate saranno sempre caratterizzate da caldo abnorme con temperature oltre le medie stagionali. Territori come Radda in Chianti, Gaiole in Chianti e Castellina, sono sicuramente territori vocati e mediamente più freschi perché anche molto boschivi”.

    Chi si trovava con appezzamenti di minor “pregio”, magari in fondovalle, oggi come sta?

    “L’anno scorso nei fondi valle fu persa la produzione a causa delle brinate primaverili dopo un inverno troppo mite. Quindi affermare certezze non è facile. Certo è che in alcune zone di fondo valle si possono a volte fare vini difficilmente immaginabili qualche decina di anni fa.

    E come vede, quindi, il futuro di denominazioni come Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Barolo…? Dal punto di vista dei vitigni? Il Sangiovese sarà sempre il riferimento per le nostre zone, di fronte a un clima come quello che si sta configurando?

    “Le zone che citi sono caratterizzate da vitigni tardivi: il Sangiovese e il Nebbiolo, quindi, sono vitigni molto più resistenti ai cambiamenti climatici. Detto questo, la zona di Montalcino, a Sud di Siena, zona molto più calda del Chianti, è stata baciata da quel clima che permetteva di esprimere annate memorabili in finezza, eleganza e equilibrio. Non dico che oggi in quella zona non ci siano vini anche oggi altrettanto fini, ma dico che sicuramente gli interventi in cantina sono molto più necessari rispetto al passato, a causa appunto dei cambiamenti climatici. Dunque la geografia delle migliori vigne è cambiata radicalmente, come anche la visione delle conduzioni agronomiche. Come la resa per vite che, quando troppo scarsa, produce vini molto alcolici e con concentrazioni che valevano negli anni duemila, ma che oggi fanno fatica a imporsi. Quando si voleva fare vini concentrati e opulenti nelle zone più fresche era un’impresa, oggi che si vuol fare vini eterei, fini e freschi è più semplice in quei vigneti”.

    Lei, aziendalmente, in base a quello che abbiamo detto fino ad ora, ha previsto cambiamenti nel medio-lungo termine?

    “La cura agronomica è fondamentale per produrre uve migliori però occorrono tante, tante energie e risorse. Inoltre la conduzione biologica, che spesso stimola le difese auto-immunitarie o le buone reazioni contro gli eventi estremi potrà, se sempre più diffusa, aiutare nella lotta contro i cambiamenti climatici con l’accettazione di minori rese rispetto ai sistemi più intensivi. A Caparsa non è previsto alcun cambiamento, proprio perché ad oggi, l’esposizione a Nord Est è l’ideale”.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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