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lunedì 27 Giugno 2022
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    Long Covid: all’ospedale di Empoli un ambulatorio di “follow up” post intensivo

    In due anni valutati circa 200 pazienti, il 70% già con buon recupero funzionale dopo 3 mesi dalle dimissioni

    FIRENZE – Prosegue l’attività dell’ambulatorio di “follow-up” post intensivo dedicato a pazienti ricoverati in terapia intensiva per problematiche legate al Covid-19 per una valutazione gratuita a 3, 6, 12 mesi dalle dimissioni.

    Sono stati valutati circa 200 pazienti che nei due anni di pandemia sono stati ricoverati in terapia intensiva del San Giuseppe di Empoli, diretta dal dottor Rosario Spina, con degenza media totale di 18 giorni ed età media di 60 anni.

    Chi non ha avuto modo di recarsi in struttura è stato contattato telefonicamente ed è stata effettuata unì intervista telefonica.

    L’ambulatorio di “follow up” intensivo è attivo dal 2016 con l’obiettivo di valutare la disabilità residua e la qualità di vita soggettivamente percepita dai pazienti che sono stati ricoverati in terapia intensiva, attraverso una valutazione clinica, la somministrazione e compilazione di questionari e tramite indagini laboratoristiche o strumentali qualora necessario.  

    Durante il periodo pandemico è stato attivo per valutare i sintomi da “Long Covid”.

    “La malattia da Sars-Cov2 – dice il dottor Spina – soprattutto nella sua forma più grave che richiede il ricovero in terapia intensiva, è una malattia sistemica, che non coinvolge solamente l’apparato respiratorio”.

    “I sintomi di lunga durata sono frequenti – prosegue – e caratterizzano il cosiddetto “Long Covid”. Mentre la gravità dei sintomi persistenti è spesso correlata alla gravità dei sintomi durante la fase acuta della malattia, i sintomi di lunga durata possono verificarsi anche dopo una malattia lieve e in tutte le età”.

    “La persistenza dei sintomi per mesi – riprende – e la mancanza di un completo recupero psicofisico sembra indicare, in una elevata percentuale di pazienti, una sorta di resilienza dell’organismo che ritrova un equilibrio ad un livello inferiore rispetto alle precedenti condizioni di base”.

    “Dai nostri dati – conclude – si evince che la malattia da coronavirus (come confermato da altri dati in letteratura) per i pazienti ricoverati in terapia intensiva non termina con la dimissione dalla terapia intensiva stessa, ma in molti casi prosegue in una fase più o meno lunga con ripercussioni fisiche e psichiche. Dato molto importante considerando che buona parte dei pazienti dimessi sono ancora in una fascia lavorativa”.

    Quali sono i primi risultati?

    Il 70% dei pazienti ha dimostrato un buon recupero funzionale dopo 3 mesi, il 30% è invece risultato affetto da una disabilità moderata o grave.

    A distanza di un anno dalla dimissione dalla terapia intensiva il 75% riferisce ancora disturbi. Solo una piccola percentuale di pazienti si è manifestata completamente asintomatica ai controlli.

    Il 93,6% dei pazienti ha riferito disturbi neurologici di varia natura, isolati o più frequentemente combinati tra loro, come astenia, dolori muscolari, deficit di memoria a breve termine, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, sensazione di testa confusa, riduzione della vista, alterazioni del gusto e dell’olfatto, alterazioni della sensibilità cutanea, vertigini, disturbi dell’equilibrio, disturbi dell’udito.  

    Per i pazienti con disturbi respiratori e psicologici persistenti c’è stata una elevata richiesta di valutazione e supporto in ambito specialistico rispetto ai pazienti con disturbi neurologici.

    Il 78,7% ha riferito la persistenza di difficoltà respiratoria a riposo o sotto sforzo e/o tosse, mentre il 38,3% ha manifestato disturbi di natura psicologica come irritabilità, depressione, ansia fino al disturbo da stress post-traumatico.

    E’ stata inoltre  rilevata una incidenza non trascurabile di disturbi addominali (perdita di appetito, diarrea persistente, dolori addominali) e di altri come i disturbi sessuali (18,9%, prevalenti nel sesso maschile e persistenti fino a 6 mesi), la perdita dei capelli (36,5%, prevalente nel sesso femminile, con picco di incidenza dopo 3 mesi e tendenza alla risoluzione nei 3 mesi successivi), alterazioni del controllo della pressione arteriosa e della glicemia.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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