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domenica 26 Giugno 2022
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    Qui ospedale Santa Maria Annunziata: il Covid-19 visto dal reparto di terapia intensiva

    Intervista al dottor Vittorio Pavoni, direttore di anestesia e rianimazione dell'Osma: "I non vaccinati sono la maggioranza, hanno quadri clinici devastanti. Si ricredono solo se sopravvivono"

    PONTE A NICCHERI (BAGNO A RIPOLI) – Metà novembre. Ripresa (per adesso non da allarme rosso) dei contagi da Covid-19 anche nel territorio del Chianti e delle colline fiorentine.

    Come si sta traducendo sugli ospedali? Come sta il nostro principale ospedale di riferimento, il Santa Maria Annunziata di Ponte a Niccheri? Quali le prospettive?

    Siamo andati a chiederlo a chi, ogni giorno, lavora nella “prima linea”, la terapia intensiva, ed ha uno sguardo aperto, esperto e informato: il dottor Vittorio Pavoni, direttore di anestesia e rianimazione (terapia intensiva) dell’Osma.

    Dottor Pavoni, quale la situazione ad oggi della terapia intensiva Covid (e del reparto Covid in generale) dell’ospedale Santa Maria Annunziata?

    “Ad oggi abbiamo cinque pazienti su sei posti disponibili, e direi tutti i letti di Medicina interna (circa 13) occupati. In questo senso con qualche difficoltà: ieri ad esempio alcuni pazienti sono stati trasferiti a Santa Maria Nuova. In questo momento i letti Covid di Medicina interna (Malattie infettive) e terapia intensiva sono comunque sufficienti per garantire le necessità del nostro territorio, e anche a far fronte a quelle di altre zone della nostra Asl. Questa settimana ad esempio sono arrivati pazienti in intensiva da Pistoia, Empoli, Santa Maria Nuova”.

    Chi sono coloro che finiscono in terapia intensiva?

    “I non vaccinati sono la maggioranza, sia in terapia intensiva che, soprattutto, nei reparti di Medicina. E qualche vaccinato con storie cliniche pregresse molto importanti, in cui il virus ha campo più facile (ad esempio persone con leucemie croniche). Fino alla settimana scorsa erano quasi tutti non vaccinati”.

    E il non vaccinato che si aggrava? Quale la sua situazione clinica?

    “Quadri drammatici, mortalità altissima. Quelli che arrivano in rianimazione non vaccinati hanno quadri devastanti, secondo me la malattia è anche peggio di prima. Per la contagiosità e il picco virale della variante Delta, e poi perché sono persone che non si fanno curare fin da quando sono a casa. O si curano con medicinali placebo o, addirittura, errati o peggiorativi”.

    E il rapporto con questi pazienti, come è?

    “Alcuni ci credono. Ma solo alla fine. La malattia per questo gruppo di popolazione è mortale, bisogna dirlo con chiarezza. Spesso i non vaccinati che arrivano muoiono, quindi se ne rendono conto solo coloro che sopravvivono. Il problema è che il loro atteggiamento ritarda le cure anche in ospedale: rifiutano casco, intubazione, finché non ce la fanno più. E, come in tutte le malattie infettive, il tempo conta, incide sulla mortalità. Chi sopravvive alla fine si ricrede, magari insieme anche ai familiari: ma devono passare da una situazione gravissima. Questo crea un problema anche nella quotidianità, ma il personale lavora con serietà, attenzione e facendo il massimo possibile. La scorsa settimana abbiamo dimesso un uomo, non vaccinato, negazionista, un duro e puro insomma, che una volta svegliato dopo l’intubazione si è ricreduto. Qui ormai parliamo di pseudo-sette: serve prendere una posizione contro percorsi sbagliati. Anche da parte di chi non ci credeva, ha rischiato la vita, ed è sopravvissuto”.

    Come siamo arrivati secondo lei a questa metà di novembre? E come siamo messi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno?

    “Non c’è confronto. L’anno scorso siamo arrivati a 28 pazienti in rianimazione, qui parliamo di 5 su 6 letti, e speriamo di non dover aprire altri spazi. Per le esigenze del territorio al momento siamo a posto, stiamo sopperendo anche agli altri”.

    Quale il motivo di questa differenza? Si può dire che sia quasi del tutto merito della campagna di vaccinazione?

    “Non c’è dubbio alcuno. Fino a ottobre c’erano solo e unicamente persone non vaccinate, adesso qualche vaccinato compare, ma con le distinzioni che le ho detto. Senza vaccinazione quest’anno saremmo stati pieni di pazienti in ogni dove, invece abbiamo una situazione gestibile, con Medicina Covid e rianimazione Covid. Adesso però va resa strutturale la terapia intensiva dell’ospedale Santa Maria Annunziata: questa storia finirà, avremo uno strascico ma finirà. E in futuro le strutture devono esserci. Già pronte. L’Osma deve avere una rianimazione strutturata, che deve far fronte a situazioni che possono essere crescenti: il progetto c’è, i finanziamenti ci sono, serve la svolta definitiva. Noi abbiamo lavorato e costruito in emergenza: adesso serve dare una struttura”.

    Quali le prospettive che ci si parano davanti nei prossimi mesi?

    “Io sono relativamente ottimista grazie fatto che una larga parte della popolazione si è vaccinata. Certo che purtroppo dobbiamo aspettarci un periodo di casi, in minor numero, ma con un quadro che non si concluderà a breve. Gli ospedali ancora non sono in crisi: certo che finché la situazione vaccinale, che è l’unica strada possibile, non viene percorsa da tutti (o quasi) i rischi ci sono. I dati sulle vaccinazioni sono tranquillizzanti, quindi dobbiamo proseguire su questa strada”.

    La situazione dei sanitari infine? Con la distanza nel tempo dalle secondi dosi avete avuto casi di infezione? Siete già stati tutti sottoposti alla terza dose?

    “Qualche operatore è rimasta a casa poiché contagiato dal contatto con i figli, con forme sintomatiche o pauci sintomatiche. Sono rimasti a casa e sono rientrati. E quasi tutti gli operatori, me compreso, hanno già fatto la terza dose”.

    L’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria Annunziata a Ponte a Niccheri

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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