domenica 29 Novembre 2020
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    Questi sono i lavoratori del cementificio di Testi che rischiano il lavoro: guardiamoli negli occhi

    Nicola vive a pochi metri dall'impianto; Francesco a Mercatale; Beatrice è una delle due donne che ci lavorano. Siamo andati a conoscerli al presidio dove da giorni lottano per il loro futuro

    PASSO DEI PECORAI (GREVE IN CHIANTI) – Della crisi del cementificio di Testi, al Passo dei Pecorai, tutti ne stanno parlando.

    Da anni seguiamo con Il Gazzettino del Chianti la crisi senza fine di un luogo che ha dato lavoro e futuro a centinaia di famiglie chiantigiane.

    Adesso sembra si sia arrivati a uno snodo definitivo. Che potrebbe portare con ogni probabilità alla fine di questo sito di produzione. Gli indizi sono tanti, ma non ci sono ufficialità.

    Siamo stati al picchetto lungo la strada di fondovalle che passa proprio davanti agli impianti. Per conoscere le storie di alcuni operai. E leggere nei loro occhi lo stato d’animo che li spinge a non arrendersi. A rimanere lì. Davanti a quello che è stato il loro passato e rischia seriamente di non essere il loro futuro.

    Alessio Chiti ha 48 anni, vive a San Casciano: “Lavoro qui da 13 anni – ci dice – sono entrato come assistente centralinista, che vuol dire essere alla conduzione dell’impianto tramite video terminali ed altri strumenti. Poi, con un altro collega, ci alternavamo al controllo esterno degli impianti. Io ho vissuto il fallimento della Sacci e tutti i passaggi successivi, ora ci siamo fermati per via del Covid-19 e da quel momento non siamo mai ripartiti”.

    “Siamo qui per farci dire qualcosa di certo sul futuro – ci spiega – E il motivo per il quale siamo fermi da così tanto tempo, visto che gli altri loro stabilimenti sono ripartiti”.

    Ivo Boschi di anni ne compirà 62 anni il prossimo giugno, lavora qui dal 2004, come tecnico manutentore dell’impianto.

    “Io sono uno di quelli fortunati – ammette – Riuscirò ad andare in pensione, ma per solidarietà nei confronti dei miei colleghi sono qui insieme a loro e non a casa sul divano. Siamo rimasti in 70, inizialmente non volevamo credere che un’azienda che produceva fino a 34mila quintali di cemento al giorno, venisse chiusa senza una reale motivo”.

    Francesco Tarchi, 48 anni, di Mercatale, lavora qui a Testi da 20 anni: “Sono impiegato tecnico, addetto alla produzione. Di tutta questa situazione una cosa che mi ha fatto molto effetto è stato vedere come sono cambiati col tempo dei miei colleghi”.

    “Persone che vedi forti, pimpanti, sempre sul pezzo – riflette – col passare del tempo si sono come… smontati. L’insicurezza genera in tutti noi ansia, paura, può portare alla depressione. L’insicurezza sul lavoro ci ha strappato via un po’ di dignità personale, questa è la cosa che mi dispiace maggiormente e che temo di più”.

    Nicola Badii ha 42 anni, è residente a pochi metri da qui, al Passo. E’ nato a Chiocchio: “In stabilimento sono entrato da ragazzino – ci racconta – ho iniziato all’insaccamento, poi alla produzione e ultimamente ero al reparto forno”.

    “Sono sposato ed ho una bambina di 4 anni – ci dice – Per fortuna mia moglie lavora, però avendo una bambina piccola ho costantemente paura di non riuscire a garantirgli lo stile di vita che vorrei per lei. Questa situazione è logorante”.

    Gabriele Spadini, 47 anni: “Sono 25 anni che lavoro qui. Ho vissuto la fase della ricchezza del cemento, producevamo fino 4.000 tonnellate al giorno. Poi pian piano sempre meno, fino ad arrivare alla crisi del 2008. Da lì è stata tutta una discesa. Sacci è fallita nel momento in cui è iniziata la battaglia sul prezzo del cemento: le piccole società sono state divorate dalle multinazionali”.

    “Dal 2008 non abbiamo una certezza lavorativa – si guarda alle spalle – la parte psicologica è stata profondamente messa alla prova; andare a letto tutte le sere con un dubbio grande sul proprio destino non fa bene. Oltre agli operai anche tutto il territorio ci ha rimesso molto, finché c’è stata Sacci è esistita una grande collaborazione con le amministrazioni pubbliche e con i cittadini. Con l’arrivo delle altre, questo rapporto è venuto brutalmente meno. E per finire Buzzi ha comprato tutto, ha acquisito il mercato e ora licenzia i dipendenti. Mi sembra troppo facile così”.

    Daniele Degl’Innocenti: “Ho 48 anni, lavoro a Testi dal 2007, vivo a Fabbrica ma sono originario del Passo dei Pecorai. Sono la terza generazione che lavora qui alla Sacci, mio nonno faceva il minatore e mio padre faceva il mugnaio ai mulini”.

    Yuri Palmieri, 52 anni, del Passo dei Pecorai, lavora qui da 28 anni: “Conoscendo il nostro impianto, sappiamo che lasciandolo fermo per così tanto tempo si rovina. Se decidessero di ripartire dovrebbero fare un discreto investimento”.

    Renzo Marcucci è un 35enne residente a Firenze: “Faccio l’elettricista dell’officina. Vari colleghi hanno pochi anni per andare in pensione, si trovano in una posizione davvero difficile da sopportare”.

    Giovanni Battista Fabiani vive a Greve  in Chianti, e lavoro in stabilimento da 31 anni: “Dalla crisi Sacci abbiamo fatto quasi 18 mesi di cassa integrazione, una situazione davvero complicata per molte famiglie”.

    Poi c’è Beatrice Cai, 47 anni, sposata, due figli, impiegata ufficio spedizioni da 14 anni, residente a Panzano: “Siamo due donne in tutto lo stabilimento, ma l’altra credo che accetterà il dislocamento, quindi rimarrò l’unica donna dipendente qui”.

    La loro battaglia, è la battaglia di tutti.

    Non molto lontano da noi, a Figline, la Bekaert decise di fare la stessa cosa, comprare un concorrente, prendergli il mercato e poi chiudere senza preavviso. Lasciando per la strada decine di famiglie e mettendo in seria crisi un intero territorio.

    Guardiamoli negli occhi. Guardateli negli occhi. La loro battaglia è quella di tutto il nostro territorio. E va combattuta fino in fondo.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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