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sabato 10 Dicembre 2022
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    Celebrazioni il 27 giugno: in primo piano la figura di colui dal quale tutto è iniziato, Anselmo Mariani

    IMPRUNETA – Un omaggio ai mestieri e alle tradizioni, ai fornaciai e ai focaioli. Si può riassumere così la giornata di sabato 27 giugno all'interno della fornace MITAL di Impruneta, in via di Cappello.

     

    Una giornata nata e voluta per celebrare degnamente i primi cento anni di storia della fornace e colui che nella famiglia Mariani ha lasciato un'impronta indelebile nelle scelte che hanno caratterizzato quello che è a tutti gli effetti il lavoro di una vita: Anselmo Mariani.

     

    Una persona che con i suoi saldi principi ha fatto sì che quelle stesse scelte siano rimaste intatte per quattro generazioni.

     

    Dopo di lui, infatti, è stato Angiolo Mariani a far conoscere il cotto di famiglia in tutto il mondo e oggi l'azienda di Impruneta poggia le sue solide radici sui suoi tre figli, Luigi, Franco ed Enrico, e sul nipote Marco, producendo non solo oggetti artistici ma anche materiali tradizionali, realizzati a mano, del classico cotto imprunetino impiegato appunto nelle costruzioni di residenze e ville.

     

    Oltre ovviamente a una vasta gamma di prodotti per l'arredamento (conche, vasi, orci, giardiniere, cassonetti e fioriere), con una specializzazione in più, particolarmente gradita da una vasta clientela sparsa in tutto il mondo, quella delle figure e della statue di varia dimensione.

     

    Insomma, una presenza centenaria per un lavoro antico e inserito nella storia secolare di Impruneta e del suo pregiato cotto. Tutto ciò adesso è raccolto anche in un libro, “Anselmo Mariani e la sua fornace – Mestiere e tradizione”, a cura di Alberto Greco per “Le Lettere”, presentato ieri all'interno dell'azienda da Marco Cellai, dallo stesso autore, dal professor Giuliano Pinto, docente di storia medievale, e naturalmente dal padrone di casa, Angiolo Mariani.

     

    Un libro che richiama a valori importanti, visto che Anselmo non accettò mai l'introduzione di macchine per la lavorazione delle terrecotte laddove queste fossero state concepite per sostituire il lavoro degli operai; questo non solo per non abbandonare la tradizione “ma anche e soprattutto – si legge nel libro – perché era fermamente convinto che ognuno ha bisogno e diritto di lavorare e non si potevano dunque licenziare i collaboratori solo per ottenere un maggiore guadagno”.

     

    Valori importanti e una scelta, quella di non meccanizzare la produzione, che alla lunga è stata premiata.

     

    Come testimoniano le tantissime persone presenti ieri per spegnere le cento candeline ma soprattutto per dimostrare il loro affetto ad Angiolo e alla sua famiglia: “Sono molto orgoglioso di questo evento che ho fortemente voluto per onorare la figura di mio padre”, queste le sue parole.

     

    Parole scolpite nella roccia, anzi nel cotto, un'ulteriore dimostrazione della forza di una storia secolare ma che non intende certo fermarsi alla pagina appena scritta.

    di Redazione

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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