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lunedì 20 Maggio 2024
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    Tavarnuzze, migranti alla Locanda Scopeti: due storie da leggere tutte d’un fiato

    Raccolte dall'assessore Laura Cioni e da Roberta Marcucci: sono quelle di Destiny e Bari

    TAVARNUZZE (IMPRUNETA) – In occasione della "Giornata Mondiale per la Giustizia Sociale" che ricorre domani, giovedì 20 febbraio, riceviamo e pubblichiamo le testimonianze di due ragazzi, uno nigeriano e un'altro proveniente dalla Guinea, rilasciate a Laura Cioni, assessore comunale ai servizi socio-sanitari, welfare e salute, casa, immigrazione, integrazione delle differenze e pari opportunità e polizia municipale, insieme a Roberta Marcucci.

     

    Il documento contiene anche una breve sintesi sulla situazione dei centri accoglienza a cura di Alessandro Marra, responsabile centri Caritas di Tavarnuzze.

     

    IL PUNTO SU CENTRO CARITAS A TAVARNUZZE (di Alessandro Marra)

     

    “La situazione attuale dei richiedenti asilo nelle strutture CAS (Centro Accoglienza Straordinaria) presso la struttura agli Scopeti, gestite da Fondazione Solidarietà Caritas vede la presenza di circa 35 persone, comprensive anche degli ospiti del progetto SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) di Villa Monticini e via XX Settembre.

     

    Le difficoltà principali sono al solito i tempi di attesa per la commissione per il riconoscimento dello status nonché i tempi di attesa altrettanto lunghi in caso di eventuali ricorsi. Si parla in media di un periodo di almeno tre anni se non di più, per vedersi riconosciuto uno status di protezione internazionale.

     

    Durante questo periodo di tempo i ragazzi si impegnano per imparare l’italiano e per integrarsi sul territorio, ma va detto che spesso le strutture di accoglienza sono lontane dai centri abitati e le persone accolte hanno situazioni di vissuto personale che comportano grossi problemi psicologici conseguenti a stress post traumatico.

     

    Questo in virtù del personale percorso migratorio, dei periodi di prigionia, delle torture e delle violenze subite. Ne consegue in primis una difficoltà a concentrarsi su un progetto di vita reale nonché problematiche psichiatriche diffuse e non sempre riconosciute.

     

    Allo stato attuale le politiche nazionali sull’immigrazione, con poca lungimiranza hanno abbattuto i fondi per la gestione dei centri, a scapito proprio dell’integrazione, sono diminuite le risorse per l’accoglienza e praticamente cancellate quelle destinate all’integrazione.

     

    Siamo dunque in una situazione in cui viene garantita soltanto l’accoglienza base e questo va a scapito di un percorso inclusivo che sarebbe primario. Se ci aggiungiamo una tendenza della popolazione a non conoscere il problema reale con conseguente diffidenza verso l’altro, ne consegue un quadro di non facile gestione.

     

    A conclusione di un evento migratorio talvolta lungo due anni, i richiedenti asilo ed i beneficiari di protezione si trovano sempre e comunque nell’impossibilità di perseguire un percorso di autonomia e di emancipazione dal sistema di accoglienza.

     

    Peraltro, sulla base delle nuove normative in materia di accoglienza, i richiedenti asilo cui è stato riconosciuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari, si trovano, al momento del ritiro del documento, a vedersi negata l’accoglienza. In pratica, dopo il ritiro del documento, viene notificata al beneficiario la cessazione delle misure di accoglienza e devono lasciare la struttura nelle ventiquattro ore successive.

     

    Tutti i beneficiari invece, già all’interno del sistema Sprar (ad oggi Siproimi), titolari dello status di protezione umanitaria, dovranno lasciare i centri di accoglienza entro il 31.12.2019.

     

    Questo getta molte ombre sulla reale intenzione di analisi e gestione del problema in maniera costruttiva e lungimirante e getta molti richiedenti e beneficiari di status in una situazione di probabile marginalità con i conseguenti prevedibili problemi sociali connessi”.

     

    LA STORIA DI DESTINY (raccolta da Laura Cioni e Roberta Marcucci)

     

    Incontriamo Destiny alla Locanda degli Scopeti, una delle strutture gestite da Caritas per l'accoglienza dei richiedenti asilo, lo aspettiamo nell'ufficio degli operatori, lui entra esibendo un bel sorriso timido, ci saluta e va a sedersi sulla poltrona accanto alla finestra, lontano da entrambe. Immagino che si chieda come mai queste due donne di Tavarnuzze sono interessate alla sua storia.

     

    Non sappiamo bene neanche noi da dove cominciare, gli chiediamo solo di raccontarci la sua storia.

     

    Ci dice che è arrivato a Tavarnuzze da Borgo San Lorenzo e che qui ha cominciato la scuola d'italiano, effettivamente parla piuttosto bene la nostra lingua. Dopo qualche titubanza inizia a raccontare, mentre noi cerchiamo di interromperlo il meno possibile, solo se è necessario.

     

    “Mi chiamo Destiny, ho 29 anni e arrivo dalla Nigeria. Sono partito dal mio Paese il 1 gennaio 2013, sono arrivato in Libia attraversando il deserto del Sahara e sono rimasto in Libia 2 anni.

     

    Non avevo mai pensato di lasciare la mia mamma, mio fratello e mia sorella, ma la vita è così. Il mio villaggio è entrato in conflitto con il villaggio vicino, sapete da noi c'è il petrolio e le multinazionali acquistano i terreni dove ci sono i giacimenti dai villaggi, succede spesso che un villaggio voglia farsi pagare anche parte del terreno del villaggio vicino: è quello che è successo da noi, nel 2007 mio fratello è morto a causa di questo conflitto.

     

    C'è stato un periodo di tregua, ma nel 2012 la rivalità fra i due villaggi è ricominciata. Nel frattempo, io ho frequentato la scuola di sicurezza per lavorare come bodyguard.

     

    Il nostro leader, il capo-villaggio, ha chiesto a tutti i giovani di andare a combattere contro il villaggio vicino, mi cercavano sempre chiedendomi di andare a combattere, ma io ero a fare l'agricoltore in un altro villaggio.

     

    Nell'agosto 2012 sono tornato a casa da mia mamma perché nel villaggio dove lavoravo l'alluvione ha distrutto i raccolti e non c'era più lavoro per me. Due giorni dopo il mio rientro a casa, era un giovedì, ho partecipato insieme ad altri giovani ad una riunione con il capo-villaggio, il quale mi ha chiesto dov'ero stato fino ad allora, poi mi ha detto che c'era un problema con il villaggio vicino e che anche io dovevo combattere.

     

    Ho parlato con la mia mamma: avevo tanti amici nel villaggio vicino, eravamo andati a scuola insieme, non volevo uccidere qualcuno che conoscevo, in realtà non volevo uccidere neanche qualcuno che non conoscevo, il lavoro per cui avevo studiato serve a proteggere le persone, non ad ucciderle.

     

    D'accordo con mia madre, ho chiamato mio zio e gli ho esposto il problema; lo zio ha provato a parlare con il capo-villaggio per convincerlo a non inviarmi a combattere, ma il capo ha rifiutato.

     

    Ho chiesto allo zio di aiutarmi ad andarmene, così sono andato da lui a Madugiri, nello stato di Borno, ma neanche lì potevo stare tranquillo: era una zona soggetta agli attacchi di Boko Haram.

     

    Io volevo studiare scienze, superare gli esami per accedere all'università ed ottenere una borsa di studio, ho cominciato a frequentare la scuola, ma uscire da casa era pericoloso: ho visto uccidere delle persone ed ho avuto paura.

     

    Allora sono tornato nel mio villaggio, ho provato a parlare con il capo-villaggio, ma non ha voluto ascoltarmi: voleva che combattessi; ho rifiutato e il capo ha iniziato a considerarmi un problema, gli amici mi dicevano che era pericoloso per me restare al villaggio.

     

    Ho chiamato di nuovo mio zio per dirgli che volevo lasciare la Nigeria, gli amici mi hanno suggerito di andare in Libia perché sarei potuto entrare nel Paese anche senza passaporto: bastava pagare e mio zio mi aveva dato il denaro necessario.

     

    Sono partito, ho attraversato il Niger, ho viaggiato 5 giorni nel deserto senza cibo né acqua e quando sono arrivato in Libia ho trovato un amico che conosceva il capo di un quartiere di Tripoli; dopo 5 giorni dal mio arrivo in Libia sono stato derubato del denaro che mi era rimasto e del cellulare. Intanto il mio amico mi ha presentato al capo, al quale ho spiegato che ero andato in Libia per lavorare e lui mi ha offerto un alloggio e un lavoro in un autolavaggio molto grande di sua proprietà; lavoravo lì con altri due ragazzi, dividevamo i guadagni dell'autolavaggio con il capo: lui ne prendeva la metà e noi tre dividevamo l'altra metà.

     

    Ma tante persone che venivano a lavare la propria auto non pagavano per il lavoro fatto, allora ho chiesto al capo di mandare uno dei suoi figli a controllare e il ragazzo ha confermato al padre che molti non pagavano.

     

    Una volta sono stato minacciato da un ragazzo libico a cui avevo chiesto di pagare, dopo due giorni è venuto a casa mia insieme ad altri due ed hanno preso il cellulare che nel frattempo avevo ricomprato e il denaro dei due ragazzi che lavoravano con me: non hanno preso il mio, perché lo lasciavo in custodia dal capo.

     

    Ho parlato col mio capo spiegandogli cosa era successo, allora lui ha chiamato il mio cellulare ed ha intimato al ragazzo di restituirmelo e di lasciarmi in pace e così è stato, perché il mio capo è temuto nel quartiere. Sono stato in pace per 2 mesi. Poi sono stato minacciato nuovamente, stavolta da un mafioso, che mi ha fatto arrestare: sono stato in prigione 4 giorni; ho chiesto aiuto al capo della prigione facendo il nome del mio capo e lui mi ha aiutato ad uscire.

     

    Dopo questo episodio ho avuto paura per la mia vita, nel frattempo era scoppiato il conflitto fra Tripoli e Bengasi ed io ho deciso di andarmene, ne ho parlato col mio capo, che mi ha chiesto di restare a lavorare per lui, ma non ho accettato, allora lui mi ha proposto di partire per l'Italia e si è offerto di pagarmi il viaggio.

     

    Sono arrivato in Italia il 4 marzo 2015: dopo 4 giorni in mare sono sbarcato a Messina, dove sono rimasto circa 2 mesi, poi sono stato trasferito a Borgo San Lorenzo in Mugello e ci sono rimasto circa un anno. A Borgo non potevo andare a scuola, veniva una maestra nella struttura ogni tanto, ma non ero concentrato per studiare, pensavo sempre al fatto che avevo lasciato il mio villaggio e la mia mamma!

     

    Quando il centro di Borgo San Lorenzo è stato chiuso dalla Prefettura, sono arrivato qui: era l'aprile 2017. Sono stato ascoltato dalla Commissione Territoriale ed ho ottenuto il permesso di soggiorno per Protezione Sussidiaria: sono contento.

     

    Da quando sono qui, ho fatto un tirocinio in un'impresa di pulizie a Firenze Sud, ma adesso che è finito ed io ho i documenti vorrei cercare un lavoro vero: vorrei fare il pellettiere, mi piace lavorare con le mani. Non sempre riesco a parlare con la mia mamma, lei mi manca! Le persone che vivono a Tavarnuzze sono brave, mi trovo bene, ma qui nella struttura ci sono persone che hanno dei problemi e i rapporti con loro non sono facili”.

     

    LA STORIA DI BARI (raccolta da Laura Cioni e Roberta Marcucci)

     

    Nel frattempo, è arrivata la cena, l'operatore ci invita ad andare a mangiare con gli altri ragazzi, così Destiny ci saluta.

     

    È stato bello ascoltarlo, vederlo aprirsi con noi man mano che cominciava a fidarsi, creare un primo legame di amicizia, che cercheremo di coltivare con lui e con gli altri. Dopo pochi giorni, sempre agli Scopeti incontriamo un altro ragazzo, Bari.

     

    "Mi chiamo Bari, ho 25 anni e vengo dalla Guinea. Lì ho studiato francese, poi falegnameria e ho lavorato per una società turca in una fabbrica di farine in cui preparavo i bancali. In Guinea c'è il mare, ci sono alberi come qua, ma non fa freddo come da voi.

     

    Sono solo io della mia famiglia che è partito dal mio paese. Sono partito nel 2013 o 2014, non ricordo bene, mi sono aggregato ad un gruppo che è partito dalla Guinea, abbiamo attraversato la Liberia, la Costa d'Avorio, il Burkina Faso, il Niger e alla fine siamo arrivati in Libia.

     

    Lungo il percorso ho cercato di lavorare per guadagnare un po' di denaro per riuscire ad arrivare in un paese in pace. Il viaggio da casa alla Libia è durato circa un anno. Quando sono arrivato in Libia mi hanno messo in prigione, per uscirne devi pagare e quindi lavorare: eravamo in sei, ci hanno presi per lavorare, ci tenevano rinchiusi in una casa, ma poi siamo riusciti a scappare dalla finestra.

     

    Un Gambiano ci ha portato a Tripoli, da lì ci hanno lasciati in un'altra città, abbiamo cercato qualcuno che ci aiutasse ad arrivare in Italia. Prima di arrivare in Libia non lo sai che funziona così, che ti mettono in prigione e ti costringono a lavorare, quando te ne accorgi è tardi. In Guinea ho una zia, ma non la sento, parlo con i miei amici.

     

    Ho un fratello più grande che si chiama Mousa, ma non so dov'è: è andato via da casa nel 2008 e non abbiamo più saputo niente di lui, mamma è morta nel 2005, papà è morto di ebola. Quando papà è morto, mio zio ha preso tutto, non mi ha lasciato neanche la casa.

     

    Non avevo intenzione di lasciare la Guinea per questo ho fatto il corso di falegnameria, ma poi le cose sono cambiate e sono partito: meglio morire in un altro Paese che a casa propria. Cosa potevo fare?

     

    Da noi non c'è legge, dove cristiani e musulmani sono vicini è sempre un problema, nella mia città hanno bruciato più di 160 persone: c'è sempre guerra fra cristiani e musulmani, non c'è legge! Vorrei rimanere qua, per questo ho fatto corsi di italiano: siamo arrivati in quattro, solo io sono rimasto.

     

    Quando arrivi in un Paese diverso dal tuo devi imparare la lingua e cercare di capire il sistema: ho chiesto a qualche persona anziana cosa funziona bene in Toscana, mi hanno risposto cucina e pelletteria, perché c'è il turismo; per questo ho scelto di fare il corso di cucina della Regione Toscana: eravamo una ventina, tre africani, tre italiani, alcuni albanesi e altri srilankesi. Il corso è durato 140 ore e un giorno è venuto anche Alessandro Borghese, quello della TV.

     

    Adesso sono apprendista in un ristorante, faccio le preparazioni di base: ragù, hamburger, polpette di tonno… .

     

    Sono stato ascoltato dalla Commissione territoriale, il mio desiderio è avere un contratto di lavoro e una casa, ma cercare casa qua non è facile, perché quando sentono che sei africano la casa non te la danno.

     

    Prima ero musulmano, qua mi sono convertito al cristianesimo e ho ricevuto il Battesimo".

    di REDAZIONE

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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