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lunedì 27 Giugno 2022
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    “Le comodità dei giorni nostri diventano un incubo con la guerra alle porte”

    Da San Casciano l'intervento di un lettore, che fa il parallelismo fra l'Italia del dopoguerra e quella di oggi: "Come mangiavamo, come ci riscaldavamo..."

    In questo periodo post pandemico e con una guerra alle porte la mia mente torna agli anni ’50 del Novecento, quando appena usciti da una guerra disastrosa passata lasciando lutti e rovine, nelle famiglie quando capitava qualcuno si sentiva parlare di soldati non ritornati a casa con la speranza che fossero vivi, come prigionieri in Russia.

    Nelle famiglie operaie per rifornirsi del poco cibo disponibile c’era la tessera annonaria.

    Nelle famiglie contadine un po’ di cibo c’era, anche se il grano era razionato alla trebbiatura e una parte inviato all’ammasso annonario presso il Consorzio Agrario, in piazza Aldo Moro a San Casciano, dove ora ci sono dei negozi.

    Per cucinare e per riscaldarsi nelle case coloniche c’era il focolare, acceso con i sarmenti delle potature e il paiolo ciondoloni per l’acqua calda (calderotto); i treppiedi in ferro battuto per sorreggere le pentole e tegami con sotto le braci del focolare.

    Da una parte ci poteva essere un fornello a brace che veniva sollecitato con una ventola di treccia di paglia o addirittura fatta con le penne di ala o coda del tacchino.

    Fu a metà del decennio che comparvero sul mercato le “cucine economiche a legna” che presero il posto al focolare con grande sollievo per le “massaie”.

    Di norma moglie del capoccia che si occupava della tenuta della casa e della preparazione degli alimenti, e della preparazione delle covate dei pulcini, compresa la preparazione dei “capponi”.  

    Le altre donne si occupavano della coltivazione dei campi, del pascolo e della mungitura delle pecore e della produzione del formaggio. Compreso l’allevamento e ingrassamento di animali da cortile.

    Aiutavano, se richiesto, la massaia in caso di grandi riunioni come la battitura del grano e la vendemmia, dove era necessario l’aiuto di una ventina di persone per espletare dette attività.

    La prestazione lavorativa era “a rendere il tempo”, quindi se la famiglia era piccola c’era da fare più prestazioni per raggiungere il numero occorrente.

    La famiglia contadina non disponeva di soldi contanti, ma era autosufficiente sotto il profilo alimentare; poca carne, tanti farinacei e legumi, intervallati da frittate con erbe di campo.

    Questa discreta situazione dei contadini permise ai residenti nelle città di superare la fame generata dalla guerra, ogni residente in città aveva cercato e trovato un suo contadino che lo aiutava, sia durante i bombardamenti ospitando la famiglia, sia dopo cedendo un fiasco di vino, un litro d’olio, qualche pollo… .   

    Ora con la guerra alle porte di casa siamo quasi tutti “inurbati” e le campagne hanno cambiato aspetto e colture.

    I terreni vocati sono stati convertiti a vigneti, molti terreni difficili sono stati abbandonati, e anche tante olivete non sono coltivate.

    Le case in cui abitiamo non hanno più il focolare; salvo alcune eccezioni, ci siamo abituati alla comodità del gas metano che però importiamo… .

    Se dovessero avverarsi le minacce che incombono come si tradurrebbe la nostra vita quotidiana?

    Dovremmo andare alla ricerca di cibo perché il grano non lo coltiviamo e alla ricerca e conversione degli impianti di cucina e riscaldamento? Ma come?   

    Per ora un brutto sogno, soggetto a tramutarsi in incubo.

    Roberto Borghi

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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