“Abbiamo una grande Costituzione, ma siamo fra gli ultimi Paesi europei? Riflettiamo…”

Caro direttore, vorrei fare alcune osservazioni in merito al lungo intervento sulGazzettinosulla incompatibilità della costituzione italiana con i trattati europei, a margine di una conferenza di cui non sono precisati organizzatori o relatori.

 

# LA LETTERA / "Costituzione italiana e trattati europei: modelli economici incompatibili"

 

L’Italia ha la costituzione più avanzata del mondo eppure si classifica sempre al penultimo posto fra i principali paesi europei per conquiste sociali.

 

Molti paesi europei hanno costituzioni di destra (o più semplicemente neutre) eppure, come ho potuto sperimentare direttamente, hanno sviluppato politiche sociali che noi ce le sogniamo: sostegno della famiglia (asili, scuole eccellenti, salario per i figli), del lavoro (indennità di disoccupazione, avviamento, istruzione permanente ecc.), e della abitazione con case popolari per tutti e via discorrendo.

 

Guarda caso, nella classifica peggio di noi si classificano solo i paesi europei ex socialisti le cui costituzioni si basavano sul sacro principio: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

 

Come si spiega questo tradimento della Costituzione? Il discorso sarebbe lungo. Forse la Costituzione, trasformata in religione ha subìto nel dopoguerra lo stesso declino delle fedi che l’hanno creata: comunismo, cattolicesimo e massoneria liberale. O forse è impraticabile trasformare principi morali in strumenti politici tanto che tutto sempre dipende dalle interpretazioni dell’alta corte.  
 

 

Restando in ambito economico, il capitalismo sociale evocato nella Costituzione non si è mai materializzato e lo sviluppo economico del dopoguerra si basò sulla concorrenza e sulla moderazione salariale. Nemmeno il modello misto corporativo, ereditato dal fascismo (IMI, IRI), resistette oltre gli anni ’70 e fu per sostituito da un assistenzialismo a pioggia basato sul deficit cioè con lo stato che spendeva  più di quello che incassava gravando così di debiti enormi i posteri e tassando ferocemente i più indifesi mediante l’inflazione.
 

 

Che questa politica abbia realizzato i diritti costituzionali è opinabile. Ma ha consigliato ai nostri partner europei timorosi di dover subirne le conseguenze, di imporre l’inserimento nella costituzione dell’equilibrio di bilancio (non del pareggio). Richiesta stupida visto che tutti i governi post guerra hanno impunemente ignorato i paletti già previsti nell’art. 81.
 

 

L’Euro pur non salvandoci da noi stessi, ci avrebbe permesso di abbattere il debito con il quasi azzeramento degli interessi. Non l’abbiamo fatto e abbiamo continuato a spendere in deficit.

 

Ora c’è persino qualcuno che propone di abbandonare l’euro e ritornare alla lira in modo da poter reintrodurre la più odiosa imposta sui poveri cioè l’inflazione che nemmeno il cambiamento di nome in “svalutazione competitiva” riesce a ripulire della sue tragiche conseguenze sociali, economiche e politiche.
 

 

Gli stregoni della scienza economica Vudù non ci spiegano chi ripagherà con le lire svalutate i nostri enormi debiti in euro o chi potrà salvare le banche (e i risparmiatori) imbottiti di titoli dello stato che si dimezzerebbero di valore con lo schizzare in alto dei tassi.

 

E nemmeno ci dicono cosa succederà alla nostra industria esportatrice una volta passati gli effetti della micidiale droga della svalutazione competitiva. Tutto in nome della costituzione interpretata da auto nominatisi sacerdoti custodi dell’ortodossia (la loro).
 

 

Perché non parlare invece delle sfide epocali che ci attendono come la corruzione della politica che aumenta il divario economico fra i cittadini, l’emigrazione di massa con milioni e presto miliardi di uomini in marcia, la globalizzazione e lo strapotere della finanza, il crollo demografico dei paesi europei, la sparizione del lavoro come conseguenza della tecnologia.
 

 

Siamo davvero sicuri che l’Italia potrà affrontare da sola questi problemi, magari tornando al 1948?

 

Giuseppe Aglietti   

 

di Giuseppe Aglietti

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