Caro Direttore,
sulle scuole dell’obbligo imprunetine si scaricano le tensioni politiche e personali di una comunità che non vuole mai affrontare la realtà.
L’amministrazione, costretta a inventarsi una verginità dopo decenni di mancata programmazione scolastica, si è lanciata nel gioco dei quattro cantoni (o scuole) per poi avventurarsi in promesse edificatorie di improbabile realizzazione per scarsità di soldi, di idee e forse di… ragazzi.
L’opposizione sembra più preoccupata della perdita dell’indotto economico derivato dalla discesa a valle delle scuole piuttosto che del futuro educativo dei ragazzi che non sempre coincide con le pur comprensibili comodità logistiche delle famiglie.
Gli immobiliaristi aspettano impazienti che le scuole liberate dall’ingombro degli studenti arrivino sul mercato e che si ricominci a costruire con l’alibi delle scuole mentre l’Amministrazione agogna che dagli oneri urbanistici piovano soldi sul bilancio comunale, da tempo a secco.
C’è una grande fretta di gettare la prima pietra con tanto di cerimonia e fascia tricolore ma non c’è altrettanta premura di approfondire i presupposti della nuova scuola quali il bacino di utenza da servire, il modello educativo e i piani di studio da adottare e gli spazi e servizi culturali da mettere a disposizione della comunità (aule riunione, biblioteche, palestre, sedi associative).
Le sole chiacchiere lasciano inevitabilmente la soluzione dei problemi all’emergenza. Nel caso delle scuole medie del capoluogo l’emergenza è il distacco degli intonaci che ne impone la chiusura e il trasferimento dei ragazzi a Tavarnuzze.
Però è difficile definire la situazione attuale come emergenza a meno di non voler considerare l’incuria e l’imperizia come sciagure riconducibili a atto di Dio o capriccio della Natura.
Cinquanta anni fa la scuola media fu “provvisoriamente” alloggiata in un villino ottocentesco, malamente rattoppato negli anni, la cui struttura sarebbe una trappola in caso di incendio o terremoto.
Ringraziamo la Madonna per aver protetto i ragazzi per tutti questi anni. Le Amministrazioni che si sono succedute non sono state in grado di tirar fuori uno straccio di programma per l’adeguamento edilizio delle scuole ma hanno badato a rattoppare a costi esorbitanti edifici palesemente inadatti sempre in nome dell’emergenza e della provvisorietà.
Se i criteri ministeriali per le nuove scuole dovessero applicarsi, difficilmente nel Comune si potrebbero avere due scuole primarie, almeno in base all’anagrafe del solo capoluogo. Un istituto con pochissime centinaia di allievi sarebbe comunque difficilmente sostenibile a meno di non voler ricreare la “scuola rurale” di una volta.
Per contro una scuola che volesse attrarre allievi anche dalle frazioni e da alcuni comuni vicini dovrebbe offrire una vasta gamma di progetti educativi con la conseguente necessità di laboratori d’arte, palestre, campi e impianti sportivi, mensa, sale musica, sale di proiezione e di informatica.
C’è quindi bisogno di una scuola moderna le cui dimensioni e articolazioni dovranno essere decise in base al bacino di utenza, al progetto educativo e alle funzioni che dovrà svolgere sia per i ragazzi sia per gli adulti (educazione permanente).
Poi si dovrà verificare la sua sostenibilità economica e finanziaria sia in fase di costruzione sia per il mantenimento ordinario in una prospettiva ventennale (durata normale de finanziamenti).
Di tale progetto ancora non c’è traccia o perlomeno la popolazione non ne è informata. La sua assenza ci costringerà ad attendere una nuova emergenza che decida (male) al nostro posto.
Speriamo che i tanti dirigenti e funzionari dei Comuni associati e i loro consulenti riescano, una volta tanto, a programmare un’opera pubblica di questa importanza con razionalità e lungimiranza e che i consiglieri si formino un giudizio informato prima di alzare la mano per disciplina di partito.
Giuseppe Aglietti
di Giuseppe Aglietti
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