Legambiente Chianti sul Pit: “E’ ben riuscito”

Il Piano di Indirizzo Territoriale con valenza di piano paesaggistico, la cui stesura è messa alla berlina da alcune categorie economiche, che vedrebbero un freno allo sviluppo delle produzioni vitivinicole e ai diritti di reimpianto, detta ragionevoli raccomandazioni e non rigide prescrizioni, quindi la polemica scaturita parrebbe artificiosa, anche perché è ormai conclamato che, dal 1° gennaio 2016, la UE con la PAC eliminerà i diritti di reimpianto viticolo, ed il nuovo regime di autorizzazioni ai reimpianti riguarderà la nostra Regione per poco più di 500 ettari l’anno.
 

 

Del resto, per rimanere nel settore  della viticoltura, il vino Chianti Classico, straordinario traino dell’economia vitivinicola del territorio, è celeberrimo per i principi riguardanti la qualità, anziché la quantità.

 

All’interno di criticità ormai conclamate anche nel nostro territorio chiantigiano (erosioni, smottamenti, cedimenti, instabilità idrogeologica, sono aspetti oramai seriali) non possiamo permetterci ulteriori dissesti urbanistici o monocolturali;  questo paesaggio (anzi questo territorio) ricco e composito degli spazi aperti, dei boschi, dei borghi, è nato dal  frutto di un abile modellamento di architetti versatili e geniali, che hanno plasmato il territorio a partire dal nostro Rinascimento, continuato poi,  con altrettanta maestria e “rispetto”, da generazioni e generazioni di agricoltori e mezzadri.
 

 

Negli ultimi 50 anni, a causa dell’abbandono incessante delle zone agresti da parte di agricoltori e mezzadri che hanno migrato nelle città e nei vari centri abitati, questo territorio si è “svuotato” ed ha perso la propria protezione (pascoli e campi coltivati divenuti incolti, bosco non più “manutenuto”); a tutto ciò si è aggiunta a partire dagli anni ’60 una “politica” urbanistica poco accorta, ed un passaggio repentino ad un’ agricoltura di tipo intensivo.
 

 

Il Piano, pur con qualche piccola eventuale revisione, ci sembra uno strumento di indirizzo estremamente importante e ben riuscito; per il Chianti ci sembra di scorgere che esso punti su uno status di necessaria “conservazione” del suolo oramai non più differibile.

 

Ciò non significa stop allo sviluppo del settore agricolo bensì una valorizzazione del territorio-paesaggio.
 

 

In conclusione, ci sembra che esso indichi la giusta strada da seguire, ovvero quella del  connubio tra natura e cultura, tra laboriosità popolare e buona amministrazione, tra identità locale e produzioni di qualità, tra rispetto ambientale e benessere del vivere.

 

Del resto questa scelta effettuata dal Governo toscano di tutelare e valorizzare il paesaggio della regione, è seguita con molto interesse anche all’estero: in un recente intervento al NYT on-line il governatore Rossi ribadisce che “la nostra sfida è quella di combinare a livello più alto possibile i valori straordinari del paesaggio toscano e la redditività delle attività agricole che lo hanno costruito e che potranno continuare a plasmarlo e mantenerlo al meglio possibile”.

 

Annunciando che “alla fine del percorso quando avremo approvato il piano chiederemo all’Unesco il riconoscimento del paesaggio toscano come patrimonio dell’umanità”.
                                             

di Circolo Legambiente Chianti Fiorentino

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