Gentile direttore, il suo editoriale mi ha consolato. Leggerlo mi ha fatto sentire parte del mondo e non un ramingo esemplare in estinzione.
Sono d'accordo con lei nel contenuto. Mi dispiace percepire in lei una contrattura di rabbia. Lei ha sicuramente vissuto più di me le tensioni di questa vicenda e percepito la sofferenza di chi ha temuto.
Ha ragione, bisogna gioire dei successi, ma molti non lo fanno, non lo sanno fare, forse , tristemente, perché non lo hanno mai fatto, non ne hanno avuto mai l'occasione, per sfortuna, per inedia, per rassegnazione.
Quindi, è vero, è ingiusto che molti si perdano in commenti non pertinenti che turbano la sua aspettativa di pura gioia, ma, sono sicuro che troverà sollievo dalle seguenti parole.
Non li condanni, perché tra di loro ci sono persone che fanno così perché soffrono la distanza che li separa da "investimento di 40 milioni", "progetto di produzione", "festeggiamento del taglio del nastro", "successo di un lavoro di 15 anni"… ed impauriti tentano di sminuire per rivalersi su ciò che li opprime.
Sono persone che possono conoscere o non conoscere i concetti di abnegazione, perseveranza, rischio imprenditoriale, lotta contro i mulini a vento della burocrazia.
Sono persone che possono avere o non avere problemi tali da non riuscire a gioire del successo altrui, e forse, anche comprensibilmente, lo invidiano.
Sono persone che possono avere o non avere stima dei politicanti in mostra, ma sicuramente avrebbero bisogno di aver fiducia in loro.
Tutto ciò per dire che questo successo non è "il" successo , ma è "un" successo: il primo e fulgido esempio di come si può mettere un gomito nei denti all'avverso destino, alla convinzione "che tutto potrà solo peggiorare".
Non tema , parli più che può dei grandi e piccoli successi della nostra comunità, e ne esalti gli aspetti partecipativi, le nuove relazioni sociali che ne conseguono, il rafforzamento dei rapporti e legami tra le persone, la fierezza collettiva di chi è coinvolto in un progetto… .
Istigherà così i titubanti ad adoperarsi per sé e per gli altri. Darà così sollievo ai timorosi. Obbligherà i meritevoli ad impegnarsi. Schiaccerà i colpevoli a nascondersi.
Ringraziandola, le porgo cordiali saluti.
LA RISPOSTA DEL DIRETTORE MATTEO PUCCI
Gentile Raffaele che dirle… sono io che ringrazio lei. La sua lettera è una boccata d'aria fresca.
Le abbiamo chiesto di poterla pubblicare non certo per vanagloria (che dista molto dal mio modo di essere…), ma perché rappresenta un piccolo tassello a un mosaico che, come giornalista (ma direi anche, semplicemnte, come persona) cerco di costruire da sempre, da quel settembre 2001 in cui ho iniziato a svolgere questa splendida professione.
L'ho sempre fatto nell'ottica di un giornalismo che costruisce, che fa parte della comunità che racconta: dal novembre del 2012 lo faccio con un entusiasmo debordante con Il Gazzettino del Chianti, un progetto editoriale e imprenditoriale che è iniziato come una sfida e che, giorno dopo giorno, ci sta dando soddisfazioni immense. Delle quali siamo orgogliosi.
Non mi curo, non ci curiamo mai, di questi ormai famosi "leoni da tastiera". Siamo consapevoli che la rete, in particolare i social network, con quella forma di presenza-assenza, favoriscano prese di posizione al limite (e a volte ben oltre) senza un'assunzione vera di responsabilità. Quella che c'era, ad esempio, una volta al bar o al circolo, guardandosi negli occhi.
Tanto per farle un esempio, non mi sono mai preso la briga di intervenire pubblicamente, in tre anni e mezzo, se non in due occasioni: quando nella scorsa primavera fummo i primi a dare la notizia che a San Casciano sarebbero arrivati i migranti all'ex Hotel Mary (con il susseguente corollario di becero razzismo dilagante), e in questa occasione.
Perché secondo me erano due occasioni in cui il direttore di un giornale di comunità come il nostro deve fare sentire questa voce, la voce di chi ogni mattina si alza pensando che il sole è lo stesso per tutti. E se ne prendo un po' non lo rubo a te.
La voce di chi vuol gioire per l'inaugurazione, sofferta, di uno stabilimento che darà futuro e lavoro a centinaia di persone. E che se ne frega se vengono a inaugurarlo politici regionali, nazionali, o quant'altro (peraltro, piccolo inciso, rappresentanti delle nostre istituzioni democratiche…).
Tutti i giorni io e i miei collaboratori ci muoviamo in questo senso, facendo errori (come tutti), imboccando a volte vicoli ciechi, ma sempre con l'onestà intellettuale di fare un giornale serio, positivo, che racconti quando possibile il bello che c'è.
E anche il brutto, certo, che fa parte della vita: nei miei ormai quindici anni di giornalismo ho scritto spesso belle storie di imprese, ne ho scritte tante anche tristi, in particolare in questi ultimi anni. Entrare in una azienda e vederla vuota, morta, è una delle cose che mi hanno sempre fatto male al cuore.
La Laika io l'ho vissuta dall'inizio, dai primi momenti. E l'ho fatto sempre al fianco dei lavoratori, scegliendo una parte da cui stare ma, ovviamente, raccontando e dando voce a tutti. Anche a quegli ambientalisti dai quali mi sono preso spesso le bordate. Ma fa parte del gioco. Lo accetto senza discussioni.
Ma non i commenti beceri, superficiali, che non guardano al bello di una giornata ma si fermano a piccole polemiche da retroguardia. Il "non ti curar di loro ma guarda e passa" fa parte della mia vita quotidiana, altrimenti non sarebbe possibile dirigere un giornale seguito da decine di migliaia di persone in cui molti vogliono (per fortuna dico io, non mi fraintenda) dire spesso la loro… .
Ma stavolta c'era da mettere un piccolo punto e a capo. Un punto che ha due parole: lavoro e dignità. Tutto il resto è rumore di fondo. Con stima, Matteo Pucci.
di Raffaele Tarchiani
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