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lunedì 15 Agosto 2022
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    “Quel 27 luglio del ’44 quando San Casciano venne liberata”: il ricordo di Eleonora Marini

    Oggi ha 95 anni ed ancora conserva ben impressi nella memoria la paura, il timore delle violenze. Ecco il suo racconto

    SAN CASCIANO – Sono passati 78 anni da quel 27 luglio 1944, giorno della Liberazione di San Casciano.

    E con il passare degli anni sono sempre meno i testimoni diretti di quei giorni, non facili né prima né dopo la fine della guerra.

    Abbiamo avuto così l’opportunità di raccogliere una testimonianza diretta: a raccontarci della Liberazione di San Casciano è Eleonora Marini, che oggi ha 95 anni e conserva ancora ben impressi nella memoria la paura, il timore delle violenze.

    Eleonora, che ricordi ha della Liberazione di San Casciano?

    “Eravamo tanto contenti di essere stati liberati, ma nello stesso momento entrammo in un gran caos”.

    Perché?

    “Io, il babbo Galliano e la mamma Elvira abitavamo prima alla Porticciola, in fondo via Morrocchesi, davanti allo “Sdrucciolo”. Ma da tempo eravamo sfollati nelle cantine di Villa del Cigliano degli Antinori, dove il mio babbo faceva il cameriere”.

    Cosa ricorda di quei giorni?

    “Il 28 luglio, nonostante la liberazione, continuavano i cannoneggiamenti; così gli Antinori decisero di spostarsi tutti, compresi gli sfollati, circa quindici persone, in un luogo più sicuro, ovvero nella tenuta sulla Pesa. Rimase nella Villa del Cigliano solo la nonna degli Antinori, poiché era allettata e impossibilitata a muoversi”.

    Macerie e Liberazione di San Casciano, foto archivio Gruppo La Porticciola

    Come avete raggiunto la Pesa?

    “Tutti in fila indiana, passando attraverso i campi, ci recammo a San Martino. E da lì scendemmo verso il Ponterotto. Arrivati trovammo non so quanti militari, sembrava il finimondo, tanto che ci dissero che lì non potevamo rimanere. Antinori decise allora di andare a Castelvecchio, nei pressi di San Pancrazio, in una loro casa colonica”.

    Per quanto tempo vi siete fermati a Castelvecchio?

    “Solo due giorni perché ci dissero che la nostra casa in paese era aperta, le porte erano scardinate dalle deflagrazioni delle bombe. Così tornammo a San Casciano”

    Com’era il paese?

    “Non c’era nessuno per le strade, tante macerie. Trovammo Arturo Ciappi, disperato e impaurito, che ci fermò sotto casa invitandoci a dormire da lui. Aveva paura di una rappresaglia perché c’era un tedesco morto per la strada”.

    Ucciso da chi?

    “Non saprei, sicuramente era morto pochi giorni prima del 27 luglio 1944, ed era rimasto lì per strada. Ricordo che la mia mamma quella notte ebbe la febbre a quaranta, forse per lo spavento. Io avevo 17 anni e ricordo i soldati neozelandesi per il paese: erano certi colossi e… mi facevano una gran paura!”.

    Ha detto che suo babbo, Galliano, che era cameriere alla Villa del Cigliano: quindi nella Villa ha visto passare sia i tedeschi prima e gli Alleati poi?

    “Quando arrivarono i tedeschi il babbo fece andare tutti i civili su per le scale a nascondersi nelle soffitte, ma non hanno mai dato noia a nessuno; gli Antinori dicevano al babbo di dare loro qualsiasi cosa chiedessero”.

    Macerie e Liberazione di San Casciano, foto archivio Gruppo La Porticciola

    Come ripartì la vita in paese dopo la fine della guerra?

    “Per un certo periodo facevamo le file come prima, per poi piano piano tornare alla normalità. Io fin dall’età di 10 anni andavo a lavorare come aggiustatrice di cuoio, ricordo che nel gennaio 1945 il mio datore di lavoro mi mandò a chiamare un frate in viale San Francesco perché la moglie stava per morire”.

    Nelle case c’erano la luce, l’acqua?

    “La luce c’era solo in alcune zone, mentre l’acqua andavamo a prenderla con la mezzina di rame alla fonte davanti alla chiesa della Misericordia. L’acqua in casa l’abbiamo avuta nel 1967, quando da via Morrocchesi siamo tornati in via della Vignaccia. Non è stata una vita facile la mia, la mamma non era in buona salute, io lo stesso, ho sofferto la fame e quando finalmente si poteva mangiare qualcosa, non mi andava. La mia mamma era disperata, vedendomi così magra mi diceva: Tu mi fai passare male. La gente crede che ti faccia patire la fame. Ma non era vero, mi si era ristretta talmente tanto la bocca dello stomaco che non mi passava più il cibo. Mia mamma Elvira è venuta a mancare nel 1983 e mio babbo Galliano nel 1970”.

    Prima di lasciarci Eleonora ci porta a vedere un quadretto appeso alla parete: “Vede – ci dice – queste sono le medaglie che sono state date al babbo, ha fatto la prima guerra mondiale ed è stato preso prigioniero a Trento. La notte, insieme con altri prigionieri, usciva per andare a prendere le patate nei campi per mangiare; per uscire dal campo dovevano passare attraverso il filo spinato: gli erano rimaste le cicatrici sulle mani per quel filo spinato”.

    Guerre che si sovrappongono, ricordi di momenti drammatici: “La mamma – dice ancora Eleonora mentre ci salutiamo – più volte gli ha detto se voleva tornare in quei posti, a far visita al Sacrario militare di Redipuglia, ma ha sempre detto di no. Chissà quanto avrà sofferto, povero babbo”.

    Macerie e Liberazione di San Casciano, foto archivio Gruppo La Porticciola

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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