Questa volta “Fuori dal Chiostro” si allontana molto dalle mura della Basilica e dalla piazza del paese, per allungare lo sguardo molto più in là di quanto abbia fatto negli ultimi tempi.
In quest’articolo, dopo aver letto e sentito molto sull’argomento, voglio buttarmi a capofitto sulla questione tanto dibattuta dell’amnistia e dell’indulto.
La questione nasce e diventa impellente soprattutto alla luce della scadenza del maggio 2014 imposta dalla Corte di Strasburgo per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri italiane. Evidentemente il precedente indulto del 2006 (per la precisione quello entrato in vigore con la Legge del 31 luglio 2006, n. 241 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 176 del 31 luglio 2006), non ha sortito nessun effetto a lungo termine. Basta pensare che, secondo i dati statistici forniti dal Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia, la popolazione carceraria a seguito della legge sull’indulto era scesa da 60.710 (31 luglio 2006) a 38.847 unità (30 settembre 2006). Dalla successiva indagine, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2007, risultavano essere 26.201 (di cui 16.158 italiani e 10.043 stranieri – il 38,33%) i detenuti usciti dal carcere negli ultimi nove mesi grazie all’indulto. Adesso, i detenuti, sfiorano nuovamente quota 70 mila.
La discussione su un eventuale nuovo indulto ha portato nuovamente alla ribalta questioni vecchie e nuove: le vecchie riguardano un malcontento generale degli italiani, impauriti da una maggiore criminalità e maggiore delinquenza già troppo alta in questo periodo e le nuove riguarderebbero un indulto “ad personam” per Berlusconi (che già ha beneficiato dell’ultimo, visto che dei quattro anni di condanna ne dovrà scontare solo uno).
In particolar modo si è aperta una bagarre politica proprio su quest’ultimo aspetto. Anche il messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica Napolitano è stato strumentalizzato e visto nell’ottica dell’annosa questione della eventuale grazia da concedere a Berlusconi. Insomma, il problema, come sempre, è stato spostato su questioni diverse da quello che l’hanno generato e trasformato in una questione meramente ideologica e politica.
Personalmente la ritengo una questione di umanità e di giustizia. Vorrei qui ricordare che il detenuto è comunque una persona e quindi titolare di diritti. La Corte Costituzionale lo ha sancito quando afferma: "Chi si trova in stato di detenzione, pur privato della maggior parte della sua libertà, ne conserva sempre un residuo che è tanto più prezioso in quanto costituisce l’ultimo ambito nel quale può espandersi la sua personalità individuale (sentenza n. 349/1993)".
Inoltre afferma, con la sentenza n. 526/2000, il soggetto detenuto conserva la titolarità di tutti gli altri diritti fondamentali non incompatibili con la sua condizione. In un carcere sovraffollato fino all’inverosimile, è la stessa dignità umana a non essere più garantita così da negare i diritti più elementari della persona.
Analizzando la questione da questo punto di vista si capisce come il problema sia di urgente soluzione. Ma allora come agire? I costituzionalisti suggeriscono di usare sia l’amnistia che l’indulto. Separarli creerebbe diversi problemi. Usare il solo mezzo dell’indulto obbligherebbe a celebrare inutilmente altri processi con notevole dispendio di tempo e risorse per avere tutti la stesa conclusione: “pena estinta per indulto”. L’amnistia da sola non riuscirebbe a risolvere il sovraffollamento delle carceri.
Anche Papa Francesco ha affrontato recentemente l’argomento quando ha ricevuto nell’aula Paolo VI, il 23 ottobre, i partecipanti al Convegno Nazionale dei Cappellani delle carceri. Ha detto: "… Vorrei approfittare di questo incontro con voi, che lavorate nelle carceri di tutta Italia, per far arrivare un saluto a tutti i detenuti. Per favore dite che prego per loro, li ho a cuore, prego il Signore e la Madonna che possano superare positivamente questo periodo difficile della loro vita. Che non si scoraggino, non si chiudano. … Il Signore è vicino, ma dite con i gesti, con le parole, con il cuore che il Signore non rimane fuori, non rimane fuori dalla loro cella, non rimane fuori dalle carceri, ma è dentro, è lì. Potete dire questo: il Signore è dentro con loro; anche lui è un carcerato, ancora oggi, carcerato dei nostri egoismi, dei nostri sistemi, di tante ingiustizie, perchè è facile punire i più deboli, ma i pesci grossi nuotano liberamente nelle acque. Nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, nessuna; Lui è lì, piange con loro, lavora con loro, spera con loro; il suo amore paterno e materno arriva dappertutto. Prego perchè ciascuno apra il cuore a questo amore. …".
Queste parole profonde, umane, piene di comprensione del Papa mi fanno venire immediatamente in mente due cose: le tante persone che sono in carcere in attesa di un giudizio (sono circa il 40% e almeno 13.000 di questi saranno riconosciuti innocenti o estranei ai fatti) e che “i pesci grossi” se la cavano perchè in Italia ogni anno, a causa della macchina della giustizia inceppata, circa 180 mila processi vanno in prescrizione. Così “pesci grossi” colpevoli, scamperanno alla pena perchè possono pagarsi buoni avvocati che prolungano la causa quel tanto necessario a far “scadere il reato”.
Forse sono due i fronti su cui intervenire tempestivamente per risolvere il problema, non solo da un punto di vista formale (svuotare le carceri; si è visto, dopo l’indulto del 2006 che la questione si è presto ripresentata uguale e peggiore a prima) ma dal punto di vista pratico e soprattutto umano: per prima cosa, una riforma sostanziale della giustizia e per seconda, trovare un’occupazione a chi è scarcerato.
La giustizia dovrebbe essere più snella, veloce, meno complessa e al tempo stesso giusta, vera e imparziale. Abbiamo in mente tutte le lungaggini dell’ingranaggio della giustizia italiana. Non si possono più tollerare udienze che sono rinviate di sei mesi in sei mesi: così passano gli anni e non si ottiene un bel niente. Fase delle indagini lunghe e farraginose (che per legge non dovrebbe durare più di sei mesi ma in realtà durano anche due anni per mancanza di risorse), giudici che cambiano con la necessità di far ripartire il processo, problemi burocratici, affossano così la macchina della giustizia che invece dovrebbe essere ben oliata… cosa che spesso invece accade quando ci sono i “processi mediatici”, dove tutto è velocizzato per motivi d’immagine!
Ogni persona ha diritto di vedersi fatta giustizia in tempi brevi e non biblici e senza caotiche e complicatissime procedure che scoraggino la ricerca della giustizia secondo la legge, pena la ricerca di giustizia personale come nel Far West.
Dall’altro versante, quello ancora più umano verso chi è ritenuto colpevole, è inerente proprio al senso della detenzione che non deve essere vista solo come punizione fine a se stessa o un modo per tenere queste persone lontano dal mondo ma come condizione e opportunità rieducativa. Nasconderli, rinchiuderli, calpestando i loro diritti fondamentali non li aiuterà, scontata la pena, a non essere più recidivi. Bisognerebbe farli confrontare con la realtà per aiutarli a cambiare.
Per questo sono certamente necessarie delle risorse, buon senso, programmi studiati ad hoc. Molte di queste persone sono in prigione anche perchè vittime di grossi disagi sociali. Se quando escono gli verranno offerte delle possibilità di vita differente potranno condurre una vita diversa e non saranno visti, e non lo saranno nella realtà dei fatti, un “pericolo” per la società. A nessuno dovrebbe essere negata la possibilità di una seconda chance.
Ho paura che se non avverranno al più presto questi due cambiamenti importanti, l’indulto e l’amnistia serviranno solamente a tamponare il problema in maniera temporanea, a gettare nella “fossa dei leoni” una massa di “disperati” e a salvare solo diversi politici disonesti che devono subire dei processi che gli verranno “condonati”.
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