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sabato 25 Aprile 2026
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    Racconti per il 25 aprile: una storia di salvezza, Ezio Pacini e la sua borraccia

    Una nostra lettrice ci racconta la storia di un galluzzino che attraversò l'Europa come soldato partendo dalla sua casa natale in piazza Acciaiuoli...

    Ezio Pacini, un giovane che attraversò l’Europa come soldato partendo dalla sua casa natale in piazza Acciaiuoli al Galluzzo, in provincia di Firenze.

    Partì nel 1940 come militare dalla Caserma di Via della Scala e fu subito trasferito sul fronte occidentale. In Albania, in Dalmazia e in Montenegro.

    Di mestiere era fabbro e questa sua professione lo aiutò molto durante il periodo militare.

    Il numero di militari italiani impiegati nella guerra in Albania pare sia stato enorme, si parla di 140 mila unità, ben equipaggiate.

    Le operazioni belliche in questo paese dell’Est servirono a Mussolini come base per la conquista della Grecia. La campagna italiana contro la Grecia fu disastrosa.

    In Albania fu presente anche Ezio che successivamente venne spostato in Montenegro e poi ad Alessandria d’Egitto.

    Nel novembre del 1942 Ezio fu trasferito, sempre come prigioniero militare, in Francia e nel 1943 a Strasburgo che svolse il ruolo di importante nodo di smistamento per i militari provenienti dal Sud della Francia, molti dei quali furono internati nei campi di internamento della Germania.

    Ezio aveva in quel periodo 25 anni. Rimase in Francia fino all’ottobre del 1943, quando venne spostato in Germania.

    Era fabbro e svolse lavoro coatto come operaio in varie officine meccaniche, soprattutto nella regione del Baden -Wurttemberg, al confine settentrionale della Foresta Nera.

    Per sostenere l’economia di guerra tedesca, molti IMI (che non aderirono al nazifascismo) furono costretti al lavoro forzato, come Ezio, in fabbriche, cantieri edili e officine, molte delle quali erano situate nella zona industriale del Baden Wurttemberg.

    Lavorò in varie officine meccaniche a Pforzheim cittadina del Baden, a 27 km da Stoccarda.

    E’ chiamata “città dell’oro” ed è famosa per le industrie di gioielli e di oggetti di precisione.

    Durante la Seconda Guerra Mondiale esse furono convertite in officine produttrici di oggetti bellici e tra quel che utilizzavano manodopera forzata troviamo la Werkzeugmaschinenfabrik Derlikon di Buhrle & Co.

    Il proprietario Buhrle forniva armi e munizioni agli alleati fino al 1940 ma poi fu sollecitato ad indirizzare la sua produzione verso il Terzo Reich e verso gli altri paesi dell’Asse.

    Dai documenti in possesso dei familiari, Ezio Pacini sembra aver lavorato presso la fabbrica

    Saacke GMBH & Co KG di Pforzheim che da 125 anni produce macchinari industriali, oggi anche rettificatrici per utensili, frese, creatori per sgrossatura utensili e turbine.

    Nel settembre 1944 molti militari vennero riclassificati come “lavoratori civili”, per sfruttare meglio la forza lavoro, sottraendoli ai controlli della Convenzione di Ginevra.

    Anche Ezio rimase in Germania a lavorare in estreme condizioni di vita per un anno.

    Vicino alle fabbriche, esistevano dei terreni coltivati e lui ed alcuni suoi compagni aiutavano i contadini nel lavoro agricolo, in cambio di cibo.

    Nel 1945, tornò in Italia, al Galluzzo. Sua madre non lo riconobbe, da quanto era provato e magro, quando bussò alla porta di casa. Lei svenne.

    Gli internati militari italiani, coloro che non vollero aderire e combattere contro il Nazifascismo, sono celebrati il 20 settembre di ogni anno.

    Essi soffrirono la fame, il freddo, i maltrattamenti, si ammalarono e furono costretti a lavorare come schiavi per i tedeschi. Molti non tornarono dai propri cari.

    Quel loro NO possa essere un valoroso esempio per le giovani generazioni.

    Ilaria Borsieri

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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