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domenica 14 Luglio 2024
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    La strage di Pratale raccontata nella primaria di San Donato in Poggio: Mirella Lotti abbracciata dagli alunni

    La visita in classe con la maestra Mimina De Donatis e l'assessore alle politiche educative Giampiero Galgani ha emozionato tutti

    SAN DONATO IN POGGIO (BARBERINO TAVARNELLE) – Che cosa hai provato quando hai perso il tuo babbo? Come ti sei salvata?  Perché sono stati uccisi i dodici uomini di Pratale?

    Sono state tante, delicate, toccanti, piene di emozioni le domande e le riflessioni che le bambine e i bambini della quinta classe della scuola primaria di San Donato in Poggio, guidati dalla loro maestra Mimma De Donatis, hanno rivolto e condiviso con Mirella Lotti.

    La bambina di 8 anni, oggi arrivata alla soglia degli 88, cui la strage nazifascista di Pratale, avvenuta il 23 luglio 1944, portò via in un colpo solo il babbo Giuliano e il nonno Carlo, trucidati, fucilati in una radura tra Badia a Passignano e Sambuca insieme ad altri 10 contadini, civili inermi.

    La testimone dell’eccidio, uno dei più efferati crimini di guerra perpetrati in Toscana, che bagnó di sangue l’erba di Pratale, causato dalla ferocia di un gruppo di soldati delle SS durante la ritirata nell’estate del 1944, è stata l’ospite d’eccezione di questo pomeriggio, accolta dall’affetto della scuola primaria sandonatina “Giuseppe Mazzini” del Comprensivo “Don Lorenzo Milani” di Tavarnelle.

    Attenti e incuriositi, gli studenti hanno posto vari quesiti a Mirella, dopo aver ascoltato il suo doloroso racconto: che ha ripercorso ogni istante di quella drammatica pagina d’infanzia rubata, che l’avrebbe segnata per tutta la vita.

    Dal momento in cui i sei soldati nazifascisti, austriaci, polacchi e tedeschi, fecero irruzione nel casolare di Pratale, dove risiedevano le famiglie dei contadini e si impadronirono delle loro cose e del loro tempo.

    Al gioco crudele con cui simulavano la fucilazione per allenare la mira imponendo alle intere famiglie, donne, uomini, anziani, bambini, di mettersi tutti in fila davanti a un muro.

    Fino alla volontà, fredda e terribile, di assassinare gli uomini con una raffica di proiettili puntati alla testa. E alla scoperta dei cadaveri da parte delle mogli all’alba del giorno dopo, mentre le truppe alleate dei Maori liberavano Tavarnelle.

    Tra i tanti perché senza risposta, sepolti da 80 anni, un’amara certezza: la morte dei dodici uomini, vittime di un’incomprensibile e inaccettabile strategia del terrore, uccisi a colpi di mitraglie in quello che poi fu chiamato il bosco dell’orrore. 

    “Non sappiamo, cari bambini, ad oggi quale barbarie ha spinto le truppe nazifasciste ad uccidere mio padre e mio nonno e gli altri contadini – ha detto Mirella Lotti, commossa – Non sappiamo neanche perché la mattina del 23 luglio alle ore 10 ci ordinarono di sventolare dalla finestra più alta del casolare, dove vivevano le famiglie Cresti e Raspollini, un lenzuolo bianco rivolto verso la collina di Fabbrica”.

    “Non conosciamo la ragione – ha proseguito – per la quale ci risparmiarono, decidendo di separare gli uomini dalle donne e dai bambini. Ciò di cui ho piena consapevolezza è l’angoscia che da 80 anni mi porto dentro: non ho vissuto la gioia di crescere con il mio babbo, il tempo che passa non guarisce una ferita così grande. Il mio babbo mi è mancato tanto e mi manca ancora”.

    Mirella ha ricordato anche il modo crudele in cui le minacce di morte dei soldati nazifascisti nei loro confronti non tardarono ad arrivare.

    “C’era solo uno di loro che parlava a malapena la nostra lingua – ha spiegato – gli altri si esprimevano in tedesco. Mio nonno, che aveva fatto la guerra del 1915-1918, era l’unico che li capiva, a tutti fu molto chiaro quando un soldato disse: Amate gli americani ma non li vedrete“.

    “Ci trattarono malamente – ha continuato ancora – quando iniziarono a separarci durante il tragitto che facemmo a piedi, mia mamma fu colpita con la canna del fucile perché opponeva resistenza. E io, strappata dalle braccia del mio caro babbo, caddi a terra per il calcio di un soldato”.

    “Il cuore sanguina ancora – ha aggiunto – quando mi tornano alla mente quelle scene, attimi vissuti come incubi, sopraffatti dalla disperazione e dal terrore. L’opportunità di poterne parlare e raccontare ciò che causò la guerra, la violenza nazifascista mi aiuta a tenere in vita il ricordo e la speranza che le nuove generazioni possano conoscere, comprendere il passato per costruire e generare un futuro di pace”.

    “Quegli stessi ideali – ha concluso – che perseguirono coloro che lottarono per la libertà e la democrazia, principi che oggi abbiamo il privilegio di vivere e al contempo il compito di preservare e tutelare”.

    La visita in classe, alla presenza dell’assessore alle politiche educative Giampiero Galgani, si è conclusa con un abbraccio pieno di amore e di tenerezza.

    Fiori, pensieri scritti e letti dagli allievi hanno reso omaggio a Mirella: che ha ringraziato per il calore, la grazia e la sensibilità della maestra e degli studenti della scuola primaria di San Donato in Poggio.

    In un biglietto collettivo gli studenti della quinta classe della primaria di San Donato in Poggio hanno scritto: “Cara Mirella, ci dispiace per quello che ti è successo, non te lo meritavi, sei stata coraggiosa, sei forte, ti conosciamo da poco, ma ti vogliamo già bene!”.

    L’Istituto Comprensivo “Don Lorenzo Milani” è diretto dalla preside Anna Maria Pia Misiti.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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