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domenica 3 Luglio 2022
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    A Santiago del Cile in piena epidemia: il ritorno a Tavarnelle di Leonardo Bruni

    Doveva collaborare con una ONG, è rimasto solo pochi giorni. Il racconto del viaggio di ritorno

    TAVARNELLE (BARBERINO TAVARNELLE) – Leonardo Bruni, venticinquenne di Tavarnelle, frequenta a Bologna il corso di laurea magistrale in Sviluppo locale e globale. E ha vinto una borsa di studio.

    Così il 9 marzo, poco prima che tutta l’Italia fosse dichiarata zona rossa, è partito per il Cile, dove sarebbe rimasto fino a metà giugno per fare un tirocinio presso una ONG locale.

    Arrivato a Santiago del Cile, presto la situazione è peggiorata e Leonardo ha reputato che tornare a casa fosse la scelta migliore.

    Allora ha affrontato un viaggio di 24 ore, sempre con la mascherina e con un sedile libero accanto al suo, come previsto dalla legge.

    Tornato a Tavarnelle, ha iniziato l’isolamento, stando lontano anche dai suoi genitori (con cui vive). Lo ha concluso il 2 aprile. Sia lui che i suoi familiari (per fortuna) stanno bene. E ora al Gazzettino del Chianti racconta la sua avventura.

    “L’11 marzo, cioè due giorni dopo il mio arrivo a Santiago – inizia Leonardo – mi è arrivata una mail dall’Università, con scritto che chi era già partito doveva valutare se restare o rientrare”.

    “In quel momento in Cile la situazione era tranquilla – ricorda – Però il 16 marzo sono state adottate le prime restrizioni: chiusura delle scuole e divieto di assembramenti”.

    “Non sapevo cosa fare – dice – Ho parlato con i miei, con l’ambasciata italiana e con la ONG. Tutti mi hanno consigliato di tornare in Italia. Considerando anche che non avrei potuto fare il tirocinio, dato che l’ONG avrebbe dovuto interrompere le attività”.

    “La sanità in Cile è privatizzata – spiega – Quindi, non avendo un’assicurazione specifica per pandemia, non sapevo fino a che punto sarei stato coperto se fossi stato ricoverato”. “Ho deciso di tornare a casa – prosegue – L’ambasciata mi ha suggerito di evitare scali in Europa, perché molti aeroporti stavano per chiudere. Ho trovato un volo per Roma con scalo a San Paolo, in Brasile”.

    “Il 19 marzo alle 6.50 sono partito da Santiago – ripercorre il viaggio – L’aeroporto era deserto, ma sull’aereo c’era gente: brasiliani e qualche europeo. Ho conosciuto un ragazzo di Reggio Emilia, anche lui diretto a casa”.

    “Atterrati a San Paolo – lì la tensione è aumentata – è salita un’equipe di medici, che ha visitato due fidanzati con la febbre e li ha fatti scendere subito. Dopo aver dichiarato di non avere sintomi, verso le 10 siamo entrati in aeroporto. C’era poco personale: abbiamo faticato a trovare il gate”.

    “Alle 16 è partito il volo per Roma – dice ancora – con a bordo italiani ed europei. Abbiamo dichiarato di nuovo di non avere sintomi e abbiamo compilato l’autocertificazione. Alle 7.30 siamo atterrati. Lo scenario era apocalittico: non avevo mai visto Fiumicino così deserto”.

    “Da Fiumicino sono arrivato a Tiburtina, semivuota – aggiunge – Ho preso un Frecciargento per Firenze, su cui c’erano molti passeggeri. Alla stazione di Firenze, dove è venuto a prendermi mio babbo, mi hanno fermato per compilare ancora una volta l’autocertificazione”.

    “Per due volte, prima in Italia e poi in Cile – riflette – ho vissuto lo stesso drastico cambiamento: dal sottovalutare il problema a dover affrontare un’emergenza, con conseguenza (talvolta) la psicosi”.

    “Mi è dispiaciuto molto lasciare il Cile – conclude Leonardo – perché ci sono stato solo nove giorni e non ho nemmeno cominciato il tirocinio. Però rientrare in Italia è stata la scelta giusta. Adesso comincerò un tirocinio in modalità smart working: e presto spero di tornare in Cile”.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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