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sabato 13 Agosto 2022
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    INTERVISTA / Medici di famiglia e Covid, Giovanni Redegalli: “Qui ci si vaccina e si va a lavorare”

    "Ancora oggi ho pazienti che non credono alla pandemia. Green Pass? Io sarei per l'obbligo vaccinale. Certificati di malattia per non andare a lavoro? Qui non siamo compiacenti"

    SAN CASCIANO – Come hanno vissuto, dal marzo 2020 in poi, la pandemia da Covid-19 i “nostri” medici di famiglia?

    Quelli a diretto contatto con i pazienti. Quelli coinvolti nella campagna di vaccinazione. Quelli che hanno rischiato in proprio. Quelli ai quali oggi, qualcuno, chiede magari un certificato di malattia per evitare Green Pass e vaccinazione… .

    Iniziamo il nostro giro da San Casciano, da Giovanni Redegalli. Che, oltre a essere uno dei medici di famiglia “storici” sul territorio, è anche coordinatore di tutti quelli fra San Casciano e Barberino Tavarnelle.

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    Dottor Redegalli, come ha vissuto in prima persona la pandemia?

    “Essendo il coordinatore dei medici di San Casciano e Barberino Tavarnelle, sono venuto a conoscenza dell’emergenza in modo anticipato rispetto agli altri. E ho dovuto affrontare il problema fin dall’inizio. Presa coscienza della gravità della situazione, ho dato disposizioni ai medici di medicina generale di zona. La prima decisione importante della prima fase, è stata quella di bloccare tutti gli ambulatori periferici e di farli rimanere aperti solo per le urgenze. Allo stesso tempo, lasciare disponibilità telefonica continua per 12 ore al giorno, estesa poi al sabato e alla domenica. Abbiamo evitato così la contaminazione dei pazienti negli ambulatori, cosa che è avvenuta invece nel nord Italia e in molte altre regioni, portando così la pandemia ad una diffusione importante e alla morte anche di tanti colleghi. Non voglio che si dimentichi che nei nostri comuni non è morto nessun medico. Ho dovuto trovare il modo di garantire non solo la salute dei cittadini quindi, ma anche che non si ammalassero i medici, perché altrimenti sarebbe stata una tragedia più grande. Queste mie prime decisioni, così dure e complesse, ovviamente hanno causato molte critiche e mi hanno portato ad essere fortemente malvisto dalla popolazione. E, inizialmente, anche dalle istituzioni. Dalle quali però poi sono stato ringraziato anche con il Premio Machiavelli, dato a tutti noi medici attivi sull’emergenza Covid.
    E’ stato un periodo difficile perché ho dovuto prendere decisioni drastiche, severe, incomprensibili anche. Anche se per fortuna si sono poi rivelate strategie vincenti per arginare quanto più possibile il diffondersi del virus. I nostri comuni infatti sono rimasti quasi una mosca bianca in un contorno di fuoco. Sappiamo tutti, oramai è storia, che l’allentamento delle misure di cautela e distanziamento dell’estate 2020 hanno poi portato a gravi successive conseguenze”.

    Qual è stato il rapporto tra voi medici del territorio e quali i problemi da affrontare?

    “Tengo molto a dire che tutti i colleghi sono stati sempre pronti, in prima linea. Nessuno si è mai tirato indietro nonostante che in principio, nella prima fase, ci siamo sentiti spaventati e abbandonati. Oltre alla gestione dei malati, siamo stati investiti da una tempesta burocratica: abbiamo dovuto studiare circolari ministeriali complesse che arrivavano ogni giorno, capire la gestione delle certificazioni per l’indennità di malattia, gestire le certificazioni per i non malati ma in quarantena. Poi abbiamo dovuto organizzare la gestione dei malati Covid a casa. Tanti problemi che si accavallavano l’uno sull’altro. Un periodo di grande apprensione e confusione. Momenti terrificanti. Nei primi 5 mesi noi medici generali sul territorio siamo stati davvero abbandonati. Eravamo rimasti l’unico presidio perché gli ospedali avevano chiuso i battenti facendo rimanere aperti solo i pronto soccorso. Siamo rimasti da soli sul territorio a far fronte a tutto e non ci sono stati dati nemmeno i basilari dispositivi di protezione individuale adeguati. Ci compravamo da soli le mascherine e quanto necessario quando è stato possibile trovarlo. Purtroppo, a volte, sembra che tutto questo nostro impegno si stia già dimenticando”.

    I pazienti come hanno reagito alle notizie sulla pandemia? Ci credevano? Erano diffidenti?

    “Purtroppo ancora oggi ci sono ancora persone che non credono alla pandemia. Figuriamoci nella prima fase. Nel primo periodo non era capita la gravità della situazione e tante persone hanno guardato noi medici in malo modo. Personalmente poi, proprio per il mio ruolo, sono diventato spesso il capro espiatorio per le severe decisioni prese. Non riuscivano a capire il perché della necessità di indossare le mascherine, del distanziamento sociale, né il perché dell’ambulatorio aperto solo per i casi gravi. E’ stato difficile, impegnativo, spossante, spiegare ogni giorno il perché di tali decisioni e predisposizioni. E in tutto questo cercare di proteggersi e proteggere i pazienti. Vorrei sottolineare che nella prima fase dell’epidemia la contaminazione grossa è avuta proprio negli ospedali e negli ambulatori”.

    In che fase siamo ora? Che cosa ne pensa di come stanno andando le cose?

    “Non siamo usciti dalla pandemia. La fase attualmente in corso è da vivere con molta attenzione. E certe cose non riesco a comprenderle e non condivido assolutamente come vengono gestite. Ad esempio vedo che nei supermercati non viene più misurata la temperatura né contingentati gli ingressi. A queste cose dovremmo fare molta più attenzione. Anche se grazie alla vaccinazione in Italia i contagi sono oggi ridotti di numero, e il Covid è frenato, non c’è da abbassare la guardia. Molti pensano che sia “bomba libera tutti” ma non è assolutamente così. Anche oggi io ho altri due nuovi casi positivi”.

    Funzionano le vaccinazioni?

    “Certamente, senza alcun dubbio. E sugli anziani e i fragili, la cui immunità tende ad essere persa prima, già ci stiamo muovendo per la terza dose, detta “booster” cioè dose di rinforzo. Stiamo già richiamando tutti. Poi estenderemo a tutto il resto della popolazione, 70enni e 60enni in particolare”.

    Cosa ne pensa del green pass?

    “Che è stato un metodo giusto e validissimo per controllare la pandemia e un’ottima arma data dal nostro Governo per poter invogliare i “renitenti al vaccino”. Pur “ob torto collo” vanno a vaccinarsi anche perché economicamente e socialmente viene tolto qualcosa. E’ dunque una forma di coercizione ma per la quale, da medico e per l’esperienza che ho vissuto in questi quasi due anni, io sarei stato molto più drastico introducendo l’obbligo. Come ci sono i vaccini obbligatori nell’età pediatrica o per determinate professioni. Non è una novità”.

    Chi ancora non si è vaccinato è convincibile?

    “Parzialmente sì. Non ci dimentichiamo che il non vaccinarsi è un atto decisamente irresponsabile. Che non solo espone chi non si è vaccinato all’infezione e dunque alla propagazione di malattia, ma fa sì che coloro che non sono vaccinati fungano da serbatoi per il virus, con possibili varianti e mutazioni via via nuove, più pericolose e aggressive. Che potrebbero riaggredire anche chi è già vaccinato. Per cui il non vaccinarsi è un atto, ripeto, irresponsabile, egoistico e assolutamente deleterio per tutta la comunità”.

    Perché, se pur una piccola parte della popolazione, c’è questa diffidenza nei confronti del vaccino?

    “Allora, parlerò chiaro: i guai più grossi vengono dal web. Nel web succede che una parte delle persone diventa medico, dottore, specialista, virologo. Sempre nel web qualcuno si alza la mattina, probabilmente “stordito” e dice che dentro le siringhe c’è il microchip. Ovviamente lui non sa neanche di cosa sta parlando ma qualcuno simile a lui nello stordimento, gli va dietro e ci crede. Questo è un grosso problema, perché poi si passa alla politicizzazione di queste informazioni e alla strumentalizzazione politica di queste persone. Dirò di più e vorrei far riflettere sul fatto che a sei mesi vengono fatti sei vaccini ai bambini, altrimenti non puoi neanche andare all’asilo. E’ una cosa normale da decenni. Nessuno dice nulla. Grazie a questi vaccini milioni di persone vivono in salute e sono state debellate malattie gravissime. Invece il vaccino per questa gravissima pandemia è strumentalizzato: oggi pare quasi che i vaccinati siano di un colore politico e i non vaccinati di un altro. Assurdo. Troppe coloriture politiche hanno portato a questo risultato ma sarebbe bene che la medicina fosse lasciata in mano ai medici. Quando il “dottor Google” sostituisce il medico è un problema. Quando si da più credito a fantasiose invenzioni piuttosto che ai dati scientifici”.

    Cosa ne pensa dello slogan sulle libertà personali invocate dai no-vax?

    “Attenzione, la libertà personale non può influire sul quella che è la libertà di tutti. E siccome qui si parla di salute pubblica, non può un individuo per sue idee personale e bislacche, interferire con il bene comune e la salute di tutti. Per di più creando un danno a tutti quanti.
    Nel momento in cui ripartiranno focolai e varianti dovremmo ringraziare queste persone non vaccinate”.

    Ci sono persone che con l’obbligo del green pass hanno chiesto di mettersi in malattia?

    “Da me non succede perché io sono molto duro e non ho mai certificati compiacenti a nessuno. Personalmente nessuno mi ha chiesto questo e la risposta sarebbe assolutamente negativa. Nel territorio da me coordinato i medici sono rigorosi e sono certo che nessuno abbia mai regalato questo tipo di certificazione. Pochissimi sono stati anche i certificati, tutti ben documentati, per esentare dalla vaccinazione. Quindi ci si vaccina e si va a lavorare”.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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