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martedì 18 Giugno 2024
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    Omicidio Duccio Dini: arrestato settimo componente della banda coinvolta

    Trovate le sue tracce biologiche sulla Volvo S60 che aveva inseguito l'autovettura che aveva causato l'incidente

    FIRENZE – Eseguita ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di un settimo componente della banda di rom coinvolta nei fatti che provocarono il decesso del 29enne Duccio Dini, fiorentino, che per tre anni aveva giocato nella Us Sancascianese.

     

    Nel pomeriggio di ieri, martedì 5 febbraio, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Firenze e della Compagnia di Firenze Oltrarno, nel prosieguo delle indagini relative agli eventi verificatisi il 10 giugno 2018 in via Canova (che avevano già consentito di trarre in arresto in flagranza di reato Amet Remzi e Mustafa Dehran nonché in esecuzione di provvedimento cautelare in carcere Mustafa Antonio, Mustafa Remzi, Gani Emin e Amet Kole per l’omicidio di Duccio e il tentato omicidio di Rufat Bajram), hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip presso il Tribunale di Firenze (Angelo Antonio Pezzuti), su richiesta della Procura della Repubblica del capoluogo toscano (sostituto procuratore Tommaso Coletta) nei confronti di un settimo indagato di etnia rom, il pregiudicato 38enne Amet Kjamuran.

     

     

    Ritenuto analogamente responsabile dei reati ascritti e residente presso il campo nomadi del Poderaccio.

     

    Nello specifico, nel corso degli accertamenti tecnico-scientifici disposti dalla Procura della Repubblica di Firenze, i carabinieri della Sezione Investigazioni Scientifiche del Comando Provinciale hanno repertato tracce biologiche sulla Volvo S60 che aveva inseguito l’autovettura di Rufat Bajram e provocato l’incidente all’incrocio tra via Canova e via Simone Martini, consentendo quindi di documentare la presenza anche di Amet Kjamuran sul luogo degli eventi quale componente della spedizione punitiva.

     

    Amet Kjamuran, figlio di Amet Remzi e cognato dell’inseguito Rufat Bajram, era quindi a bordo della prima autovettura inseguitrice (la Volvo S60, appunto, alla cui guida vi era Mustafa Remzi, figlio di Antonio, e passeggeri il nonno Amet Remzi ed il cugino Mustafa Dehran, l’unico allo stato ancora in carcere).

     

    Inoltre, nei giorni precedenti al tragico evento aveva inviato plurimi messaggi in chat a suo cognato Rufat Bajram, con esplicite minacce di morte.

    di Redazione

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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