Le loro impressioni in un racconto che scalda l’anima. E domenica 5 ottobre un pranzo per dirselo… a voce

TAVARNUZZE (IMPRUNETA) – Ad un mese dal ritorno… in patria, i dodici ragazzi del Gruppo Giovani della Parrocchia di Tavarnuzze vogliono raccontare e rendere partecipe la cittadinanza della loro esperienza in Tanzania al Villaggio della Speranza.

 

Lo fanno con questo articolo, scritto di loro pugno (in particolare Marta Iaccarino, con revisione di Marco Gozzi) che con grande piacere riceviamo e pubblichiamo.

 

Lo faranno con un pranzo domenica 5 ottobre al circolo Mcl "L’Incontro di Tavarnuzze": una grande festa dalle 11.15 con la partecipazione alla Messa, seguita dal pranzo e dai racconti con foto e video.

Sarà presente con l’Associazione Impruneta Africa – Amici del Villaggio della Speranza, alla quale andrà il ricavato del pranzo.

 

Da oggi so che esiste un posto al mondo in cui si può sentire il respiro di qualcosa di più grande. Qualcosa che ti attraversa e non è il cielo blu immenso della Tanzania.

 

Qualcosa che sa di bellezza e di sudore, di fede e vocazione, di perseveranza e meraviglia. E se ciò non basta, si vive fianco a fianco con qualcuno che in questo Qualcosa crede profondamente. Chi passa dal Villaggio della Speranza si sente un po’ sfiorato dalla vita.

 

Quando abbiamo sentito parlare per la prima volta di Suor Rosaria e Don Vincenzo sapevamo che non avremmo incontrato persone nel comune: in questa nebbia d’indifferenza in cui naviga la nostra epoca, ogni oscurità, ogni luce o colore che sia, segna uno stacco da tutto il resto.

 

E così la loro vita, con la nitidezza dei contorni di chi ha compiuto una scelta radicale, da subito mi è sembrata un’eccezione.

 

Incontrarli però è stato diverso. Una sera, dopo aver chiesto loro numerose volte di parlarci della loro vita, del loro progetto e del loro percorso per realizzarlo, Rosaria e Vincenzo hanno iniziato il racconto della loro storia, circondati da una trentina di volontari e un silenzio profondo, di quelli in cui si perde il senso del tempo.

 

Due italiani di regioni diverse, entrambi con la vocazione a diventare missionari, giungono in Tanzania, uno dei paesi meno noti e più poveri dell’Africa, e le loro strade s’incrociano.

 

Sono un sacerdote e una suora che intravedono nel proprio futuro un progetto comune, una condivisione d’intenti: prendersi cura di bambini abbandonati perché affetti da AIDS.

 

Dopo aver iniziato questo cammino nei pressi di Morogoro, si trasferiscono fuori Dodoma, la capitale, dove, a partire dal progetto per un villaggio di accoglienza, riescono a dare vita a un piccolo germoglio.

 

Chiunque sia stato nel continente più povero del globo asserirebbe che è una follia, non si semina in Africa, in Africa non cresce niente.

 

Ma loro hanno scelto di partire proprio da lì, da una terra arida e impietosa, senza una certezza di riuscire, ma con una grande fede. In possesso loro solo l’approvazione del loro ordine religioso, non un soldo, non una proprietà.

 

Negli occhi di Suor Rosaria si legge ancora la determinazione che fece crescere il germoglio, nelle mani di Don Vincenzo la fatica che rese il germoglio un albero alto e robusto.

 

Questo cammino condiviso e quest’arduo compito di essere genitori per chi non ha madre li ha posti sulla stessa lunghezza d’onda: trasmettono affiatamento, di quelli che nascono da una profonda sintonia spirituale.

 

Entrambi esprimono la gratitudine che si dovrebbe avere nei confronti della vita e la certezza che basti affidarsi. Non sono i mezzi o i soldi a fare di niente qualcosa di grande, ma la volontà e l’impegno, accompagnati da una piccola spinta verso l’alto: con la loro quotidianità cercano di dirci questo.

 

E visto che, oggi, al P.O. BOX 511 di Dodoma festeggiano i dodici anni dalla fondazione del Villaggio, la loro testimonianza è più che credibile.

 

Il terzo – ma non ultimo – testimone del nostro viaggio è Stefano Torrini, che, conoscendolo, non vorrebbe nemmeno essere menzionato.

 

Stefano è colui che ci fa guardare dentro, perché ha il nostro medesimo stile di vita, vive nei nostri luoghi, eppure è lì. Rappresenta la fatica di scendere dal nostro piedistallo di comodità, il coraggio che non sappiamo dimostrare nelle nostre scelte, il tempo che custodiamo gelosamente sperperandolo per noi: ci mette di fronte ai nostri alibi. Questo posto gli tocca di diritto.

 

A vent’anni può darsi che non abbia ancora il diritto di dirlo, ma poter condividere anche un momento con chi ogni giorno si spende per ciò che ha capito essere il senso della propria vita sembra un’occasione unica.

 

E’ come prendere una boccata di aria fresca, sperando che questa ti riempia i polmoni e ti basti a respirare una vita intera, e magari faccia diventare te stessa, un giorno, la portatrice di tale freschezza per gli altri.

 

Ecco forse una delle cose che sono andata a cercare sorvolando l’equatore, questa e tante altre. Tuttavia mi stupisce pensare che la maggior parte delle cose che ho ricevuto fossero così oltre le mie aspettative, che non avrei mai potuto desiderarle.

 

Noi chi siamo? Un gruppo di giovani, i primi di agosto prendiamo un aereo per andare un po’ oltre: oltre il nostro benessere, oltre le nostre attività, oltre le nostre vedute, oltre il nostro orizzonte, vogliamo uscire dal mondo ovattato che ci circonda.

 

Il buio che filtra attraverso l’oblò non basta a farci prendere sonno: è notte, e ogni cellula dei nostri corpi manifesta curiosità, energia e desiderio di spenderci per chi non ha niente.

 

Arriviamo con le valigie colme di buoni propositi, inconsapevoli che lì tutto verrà ribaltato, che il nostro dare diventerà improvvisamente solo un ricevere, che quello che noi chiamiamo povertà ci offrirà tanta ricchezza.

 

Atterrati a Dar es Salaam, abbiamo il primo contatto con l’Africa. Altro continente, altro modo di vivere, altra moneta, altra cultura, altro colore della pelle, altre possibilità.

 

Dal finestrino del pulmino teniamo gli occhi spalancati per due giorni. Prima le strade sovraffollate di Dar, in cui, accanto ad una fila di tir e dala dala gremiti, il via vai della gente è come un rivolo d’acqua: scorre armonioso, ritmico e lento, non ha direzione e non incontra ostacoli.

 

Questo incessante camminare penetra i marciapiedi e le corsie, e sembra voler addolcire l’interminabile attesa degli autisti in coda. Ognuno vende qualcosa. Nessuno compra. Tutti salutano.

 

La mancanza di frenesia mi stupisce, mi rasserena il modo in cui affrontano una quotidianità spesso amara.

 

Uscendo dalla città oltrepassiamo semafori inutilizzati (o inutili?), passi di bambini in divisa scolastica, palme ed edifici fatiscenti. La strada asfaltata prosegue diritta verso la bellezza: qualcosa dentro si muove, esplode, forse.

 

E’ solo blu e terra picchiettata di verde, e realizzo di non aver mai visto un colore prima di quell’istante. La vastità della savana avvolge anche la nostra incredulità, si sente un’armonia che tocca le corde del nostro essere natura.

 

Tra le acacie sorgono numerosi villaggi: lì poche persone sono indaffarate, tante siedono insieme davanti alle capanne, in una dimensione comunitaria che noi non ricordiamo. Questa essenzialità ci fa sentire parte del tutto e tutto ci fa sorgere domande di senso.

 

I paradossi lì sono come la polvere rossa, ovunque. E, mentre nel pulmino si avvicendano volti meravigliati e desolazione, fuori la vita procede pole pole. “Piano piano” è il detto tanzaniano che – scopriremo – racconta una cultura intera.

 

Dopo qualche ora siamo al Villaggio della Speranza. Nell’aria si percepisce la voglia di iniziare: andiamo a incontrare i bambini. Abituati a veder passare decine di volontari ogni anno, si accostano lo stesso a noi con curiosità.

 

Essere accolti da chi non ha niente è una grande esperienza di autenticità: è un po’ come essere abbracciati da qualcuno che non ha le braccia. Cercano un contatto da subito, senza barriere, hanno interesse per tutti gli oggetti che ci rendono diversi, occidentali.

 

Nessuna timidezza o diffidenza, soltanto una grande semplicità. E’ impossibile non lasciarsi coinvolgere da quei lineamenti dolcissimi, quindi ci mettiamo in gioco con una spontaneità che abbiamo provato poche volte.

 

Ci lasciamo trasportare tutti, tanto che i sorrisi di quel pomeriggio – e di quelli successivi – s’imprimono dentro di noi come un tatuaggio dell’anima.

 

Il nostro soggiorno è finalizzato ad aiutare nella costruzione e nella manutenzione del Villaggio, quindi la giornata è scandita dal lavoro, dai pasti e dal tempo dedicato ai bambini. Il binomio pennello-tempera bianca diventa la costante delle nostre mattine: Suor Rosaria e Don Vincenzo ci hanno chiesto di riverniciare le mura che recintano il complesso e la scuola.

 

A volte, però, Stefano passa e arruola alcuni di noi per costruire la rete delle acque scure dell’area nuova, oppure la percentuale maschile si distacca e sposta legna per pomeriggi interi.

 

Qualche volontario ha la possibilità di restaurare il coloratissimo murale di benvenuto al Villaggio della Speranza e in qualche occasione di mungere le mucche.

 

Armati di dedizione, ci impegniamo per assolvere le esigenze di questa piccola comunità. I ragazzi del Villaggio hanno qualcosa che desideriamo preservare: un’opportunità.

 

Hanno la speranza di un futuro, grazie a un presente sereno, a un alloggio decoroso, a standard nutrizionali e a condizioni igieniche opportune, a cure costanti, a un adeguato livello d’istruzione, all’affetto di una famiglia, dei volontari e di Vincenzo e Rosaria.

 

Ogni ora di lavoro ci protende con impazienza verso le cinque del pomeriggio, quando possiamo incontrare di nuovo ciascuno di quei volti, giocando a calcio, ballando e cantando o solo parlando tre lingue diverse, oppure stando pelle a pelle con i piccoli del dispensario.

 

Non sappiamo trasmettere l’intensità di questi momenti senza raccontare il profumo della pelle di Recho, gli occhi da togliere il respiro di Nancy, il senso del ritmo di Joseph, lo sguardo di sfida di Rehema, la risata discreta di Nouhou, la spensieratezza di Janifà, l’espressione che la sa lunga di Renatus, il sorriso di Agrippina, l’energia di Paulo, la voce dolce di Neema, il portamento serio di Francisco, l’entusiasmo di Sharifa.

 

Quello che scriviamo non è in grado di esprimere nemmeno le virgole di quello che è stato per tutti noi. E, quando qualcuno ci domanda del viaggio in Tanzania, sappiamo che possiamo descrivere tutto questo vissuto, spaziando dalla vita al Villaggio ai momenti coi bambini, dalla condivisione con gli altri volontari alla visita di Dodoma, dalla forte esperienza al Deserto del Sale al suggestivo giro del mercato, dallo splendido safari alla interessante e graduale conoscenza dei tanzaniani.

 

Tuttavia, l’unica cosa che ci viene sempre da dire è: vai, perché non servono tante parole. Vai, e forse un giorno anche tu aspetterai il momento in cui poter rivedere quel grande sole rosso, quegli sguardi, quei sorrisi.

 

Mungu Ibariki Africa – Dio benedica l’Africa
Mungu Ibariki Kijiji cha matumaini- Dio benedica il Villaggio della Speranza

 

di Redazione

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