mercoledì 3 Marzo 2021
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    Volontari, istituzioni, psicoterapia di gruppo: così San Casciano negli anni Ottanta si ribellò all’eroina

    Nei giorni in cui tutti parlano della docu-serie su San Patrignano, noi andiamo a ripercorrere la storia dell'O.P.D.. Che in terra sancascianese costituì qualcosa di unico e non più ripetuto

    SAN CASCIANO – A metà anni ’80, l’eroina cominciava a diffondersi anche a San Casciano. Era spaventoso avere a che fare con una sostanza di cui si sapeva così poco.

    Fu al fine di comprenderne cause ed effetti che alcune donne preoccupate per i giovani del paese cominciarono a riunirsi: prima in via informale, poi col supporto dell’amministrazione comunale.

    L’Obiettivo Prevenzione Droga (O.P.D.) nacque nel 1987 e riscosse il sostegno dell’allora assessore Stefano De Martin, impegnato dal 1980 al ’91 sul fronte culturale, turistico e della pubblica istruzione.

    “La diffusione della tossicodipendenza – racconta – investiva la comunità come allarme sociale. Era necessario immaginare risposte che motivassero i giovani a stare lontani da realtà di questo tipo”.

    “La narrazione prevalente – dichiara De Martin – è quella di una generazione che aveva esaurito la carica propulsiva del proprio credo politico (di estrema destra o di estrema sinistra) e che incontrò nell’eroina un succedaneo della politica”.

    Stefano De Martin

    Fu una stagione di iniziative dedicate al disagio giovanile: citiamo gli incontri sul futuro “No Future”, le riviste “Moby Dick” e “Contatto” e il film “Vuoti a rendere”, con decine di ragazzi del paese sullo sfondo dei suoi spazi inutilizzati (come le aree dove oggi sorgono la Banca del Chianti Fiorentino e il Centro del riuso Canciulle, entrambe fabbriche abbandonate).

    Con gli anni ’90, Carlo Savi proseguì nel supporto all’O.P.D.. Come assessore e come vicesindaco, si occupò largamente di sicurezza sociale.

    “Volevamo formare operatori grezzi – racconta Savi – persone comuni (allenatori, animatori, frequentatori di parrocchie e case del popolo) con funzioni a contatto coi giovani, per costituire una rete d’attenzione nei luoghi in cui poteva manifestarsi il disagio giovanile”.

    Lo psicologo Marino Marunti fu responsabile degli incontri organizzati a questo scopo. I primi partecipanti furono individuati grazie a delle lettere d’invito a società di diverso tipo. A conferma dell’interesse della popolazione, i corsi proseguirono nel tempo.

    “Alcuni genitori che avevano il problema in casa – precisa Savi – non riuscivano a portare a fondo il percorso intrapreso, anche se Marunti era molto bravo a non colpevolizzare le persone”.

    L’O.P.D. s’inserì in questo progetto: “Si capì che s’aveva bisogno di crescere – racconta una delle fondatrici – e cosa voleva dire fare volontariato”.

    Carlo Savi

    Grazie a Savi, l’organizzazione entrò in contatto col Gruppo Abele di don Luigi Ciotti ed elaborò un programma di intervento più preciso.

    I tossicodipendenti venivano indirizzati verso un percorso di recupero: “Li accompagnavamo al SERT – ricorda la donna– oppure da don Giacomo Stinghi presso il Centro di solidarietà in Via de’ Pucci o a Villa Lorenzi a Firenze”.

    Gli incontri formativi furono tenuti da esperti di vario genere. Per pagarli, il gruppo organizzava fiere e mostre: Giuliano Ghelli realizzò una serie di cartoline sul tema della droga e i pittori di San Casciano misero a disposizione alcuni dei loro quadri più belli.

    L’amministrazione fornì ai volontari una stanza in viale San Francesco, con una linea telefonica per le emergenze. Almeno quattro dei ragazzi inseriti dall’O.P.D. nel percorso comunitario uscirono sani e salvi dal vicolo cieco della droga.

    Era soprattutto la mancanza di conoscenze che permetteva di sottovalutare il problema. Per questo, informare era così importante.

    Agli incontri con don Stinghi, i sancascianesi superavano in numero i ragazzi delle periferie fiorentine, probabilmente non perché la droga fosse più diffusa, ma per il capillare servizio di prevenzione promosso dal paese.

    “Sembravano tutti drogati – prosegue De Martin – perché l’eroina era una presenza vistosa e disturbante, meno discreta delle sostanze popolari oggi tra le nuove generazioni”.

    La dipendenza si vedeva per la strada e si annunciava nelle case, dove sparivano gli oggetti venduti come merce di scambio per procacciarsi una dose.

    Un volantino dei tempi

    “L’O.P.D. – conclude la donna – ha permesso a noi che se ne faceva parte di lavorare in primis su noi stessi e di avere un’attenzione in più coi nostri giovani. S’è imparato l’amore. Quando da Don Stinghi i ragazzi esponevano i loro problemi, noi si rifletteva su di noi come genitori”.

    L’associazione si sciolse nel 2004, per l’impossibilità di trovare nuove leve. Invece, per il suo effetto sulla comunità, un’operazione simile avrebbe senso anche oggi.

    Le forme e i luoghi sono diversi, ma il disagio giovanile non è diminuito: si è fatto solamente più silenzioso e più facile da ignorare.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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