Siamo andati a conoscere questo nuovo centro di accoglienza: vi sono eritrei, fra cui anche sei bambini

IMPRUNETA – La Locanda agli Scopeti da mesi chiuso nel silenzio, sotto la collina di Montebuoni. Ma da domenica 17 maggio ha riaperto porte e finestre per ospitare ventidue eritrei, tra questi sei bambini tra i due e gli otto anni.

 

E i primi che abbiamo trovato assieme alle loro mamme sono proprio i bambini, che non hanno esitato nel venirci incontro. Con i loro grandi occhioni e un sorriso che invita a una carezza, si stringono attorno alle nostre gambe.

 

Nessuno parla l’italiano, ma in “soccorso” arrivano due giovanotti che ci fanno strada all’interno della Locanda. Saliamo la prima rampa di scale avvolti da un odore di pulito, troviamo una signora intenta a dare lo straccio: vestita di verde come se fosse un’infermiera di sala operatoria, continua il suo lavoro, mentre ci perdiamo in un labirinto tra corridoi e camere.

 

Fino a incontrare a Yosé Valente, un giovane educato operatore della Caritas, che ci fa accomodare a un tavolo. Con lui parliamo della situazione.

 

Quando sono arrivate le persone in questa struttura?

"Alle due di notte di domenica 17 maggio, hanno viaggiato tutta la notte in pullman dopo essere partiti da Messina, tanto che per due giorni interi hanno dormito nelle loro camere. Sono eritrei e sono sbarcati in Italia il 6 maggio. Sono fuggiti dalla loro terra: teoricamente gli uomini non potrebbero lasciare la loro nazione prima di quarantuno anni, perché potrebbero essere chiamati dall’esercito".

 

Insieme ai bambini ci sono entrambi i genitori?

"No, di solito arrivano prima gli uomini. Poi, se e quando va bene, arrivano le mogli con i bambini. Altre dieci persone provenienti dall’Africa sono ospitate a Villa Monticini a Tavarnuzze".

 

Sono tutti senza permesso di soggiorno ovviamente.

"Sì, la mediazione la sta portando avanti la Caritas. Per sei mesi non potranno lavorare, salvo fare volontariato, ma devo dire che sono molto volenterosi e la maggior parte di loro ha esperienze lavorative di ogni genere. In questo momento alcuni stanno imbiancando delle stanze. Hanno chiesto anche di poter andare anche alla Messa essendo cattolici: così, a piedi, sono arrivati fino a Tavarnuzze, facendoci stare un po’ in pensiero perché il nostro personale era impegnato, comunque sono rientrati tutti dopo la celebrazione".

 

Nel frattempo cosa fanno?

"Stiamo partendo con i corsi d’italiano; poi faranno dei corsi di formazione al lavoro. Successivamente, quando saranno in regola con i permessi, potranno essere anche assunti regolarmente".

 

Diceva che hanno comunque esperienze lavorative nei loro Paesi di origine?

"Sì, purtroppo alcuni di loro sono stati anche venduti come schiavi, comprati dai trafficanti e venduti. Tra questi qui c’è un giovane che ha lavorato in Libia per nove mesi come schiavo, è stato addirittura torturato con l’elettrochoc. In seguito è riuscito a scappare nascondendosi in un camion che trasportava bestiame. I suoi familiari pensavano fosse stato ucciso dopo non averlo sentito per nove mesi, poi finalmente è riuscito a telefonare, in uno dei pochi posti del villaggio d'origine dove c’è un telefono".

 

Storie incredibili…

"Altro caso, sempre di un giovane, che arrivato in Sicilia ha chiesto di poter telefonare alla madre: era talmente tanto tempi che non lo sentiva che in un primo momento non ha riconosciuto al telefono il figlio, nonostante gli dicesse “Mamma sono io”".

 

Si stanno ambientando bene adesso in questa struttura?

"Dobbiamo considerare che quando sono arrivati non si rendevano conto dove si trovavano, erano stremati, ancora oggi fanno fatica ad alimentarsi. Così come per i bambini non è poi facile, ma nonostante questo come vede sorridono e sono festosi".

 

Per il mangiare come fate?

"Per adesso qui arriva da Firenze, mentre a Tavarnuzze essendo meno si fanno da mangiare da soli".

 

Per le spese?

"Gli  vengono dati due euro al giorno".

 

Da chi vengono seguiti qui?

"Stiamo con loro ventiquattro ore su ventiquattro per qualsiasi necessità".

 

Nel frattempo ci ha raggiunto un bambino, gli abbiamo strappato un foglio dal taccuino e gli abbiamo prestato la penna. In uno spazio piccolino ha scritto "Ebsd", non sappiamo se sia il suo nome, ma non importa, è bello vedere che con un semplice foglio e una penna si stia divertendo.

 

Intanto anche i vicini hanno notato l’arrivo di queste persone, tanto che hanno offerto loro delle ciliegie appena colte dall’albero. Un piccolo gesto che fa ben sperare per la loro buona accoglienza.

di Antonio Taddei

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