GRASSINA (BAGNO A RIPOLI) – Vittoriano Ronchi è stato l’ultimo barbiere della sua famiglia a Grassina: dopo ben quattro generazioni, da quando nel 1852 il nonno di suo padre ha iniziato l’attività.
A lui è arrivata tramandata ed a lui è toccato “cessarla”, come ha voluto scrivere sul cartello che ha affisso sulla porta del negozio nelle scorse settimane.
Un personaggio davvero nel cuore di molti, tanto che un gruppo di amici lo ha voluto celebrare con una foto ricordo scattata davanti al suo negozio.
Foto che li ritrae vestiti con la sua caratteristica tenuta estiva, pantaloncino corto e calzettoni al ginocchio; siamo andati a incontrarlo, insieme alla moglie, all’interno di quel negozio stile retrò che sa davvero di vissuto.
Molto cordialmente (e ovviamente… in tenuta estiva) inizia a raccontarci che la sua è stata una fra le prime botteghe in assoluto di Grassina.
Lui qui ci è stato sempre molto bene, conosceva davvero tutti. Tanto che fino a qualche anno fa solo dal cognome sapeva dire con certezza se una persona fosse proprio del paese o no.
“Iniziai come ragazzo di bottega a tredici anni con mio padre – inizia a raccontare – Con lui passammo anche gli anni della guerra. Da noi venivano anche soldati tedeschi. Poi io la bottega l’ho tenuta per sessantaquattro anni. Tanti anni, tante persone conosciute e poi diventate amiche. Alcuni episodi curiosi…” sorride.
Si torna indietro nel tempo: "Un giorno entrò in negozio un signore tutto vestito di blu e, come capita in questo tipo di lavoro, si cominciò a parlare. Gli chiesi che lavoro facesse, visto il suo abbigliamento. Mi rispose che faceva il ladro e non si smentì! Però venne solo quella volta lì”.
Tanti i clienti tradizionali, abitudinari: “Quante persone son passate da questa bottega avvocati, dottori, persone normali diventate poi amici. Che si ritrovavano da me per fare due chiacchiere. Più che un negozio era diventato un punto di ritrovo".
"Ultimamente erano rimaste tutte persone anziane – dice – ma perché anche io ormai sono anziano. E con loro lavoravo tranquillamente. Sa che prima c’erano gli abbonamenti: tutti erano abbonati a una, due o tre volte alla settimana. Soprattutto barba ma anche capelli. E una volta al mese pagavano”.
Abitudini e stili di vita di un’altra epoca. Ormai dimenticati. “Qualche tempo fa – ricorda ancora Vittoriano- successe che cadendo mi ruppi una costola, così fui costretto a stare fermo per un po’. E fu allora che, di colpo, fui costretto a decidere di chiudere. In quel periodo feci scrivere il cartello che ora vede affisso sulla porta perché pensai che non avrei voluto morire improvvisamente lasciando il compito ad altri di scrivere chiuso per lutto. No di certo, l’ho voluto mettere io scritto sulla porta!".
Con una certa malinconia confessa “L’ho accusata sa questa fine, non può non mancarmi. Gli amici mi chiedevano perché t’hai chiuso Vittoriano? A me dispiace più che a voi, gli rispondevo. Adesso almeno mi resta la soddisfazione di essere riuscito a mantenere aperto per così tanti anni”.
E noi non possiamo che dargli ragione, prima di salutarlo in quel negozio che per così tanto tempo ha rappresentato la sua quotidianità. Dove tutto è rimasto come se l’ultimo cliente… fosse appena uscito.
di Silvia Rabatti
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