SAN CASCIANO – Un racconto inedito, emozionante, sulla storia della Seconda Guerra Mondiale nel territorio sancascianese. Che raccontiamo in questo 25 aprile grazie alle testimonianze che abbiamo raccolto da Renato Gamannossi e Umberto Marini.
Siamo nell’aprile del 1944, tra San Casciano e Mercatale, esattamente nel Pian del Melagrano: i tedeschi si erano insediati nel mezzo al bosco e avevano organizzato un deposito di armi.
Ecco il racconto di Renato Gamannossi, classe 1925, chelì fu costretto a lavorare.
"Nell’aprile del ’44 vivevo a Mercatale, mia mamma mi disse che era tornato in licenza dal fronte di Cassino un mio caro amico, così una sera dopo cena decisi di andare a salutarlo.
Abitava in fondo alla piazza di Mercatale, quando mi vide, mi fece un monte di feste, erano diversi mesi che non ci vedevamo. La sua mamma ci disse “Vi faccio un caffè” al che rispose “No, andiamo a prenderlo al bar in piazza”.
Per la strada incontrammo poche persone, erano le 22, preso il caffè fuori dal bar incontrammo due carabinieri, ci fermarono e ci chiesero i documenti.

NEL BOSCO – Renato Gamannossi
Lui consegnò i suoi, era in regola, anzi i carabinieri gli chiesero “Va tutto bene a Cassino?” mentre io gli presentai un foglio (falso) rilasciato dall’Ufficio di Leva del distretto provinciale di Firenze nel quale si dichiarava che ero in osservazione presso l’Ospedale Militare di Firenze, ma questo non bastò ai carabinieri che mi trattennero in caserma per diverse ore.
E dopo varie telefonate al Distretto mi dissero: "Domattina alle 7 presentati qui in caserma, senno metteresti nei guai i tuoi genitori, sai bene come la passerebbero!”.
La mattina dopo mi presentai puntuale, nel frattempo il babbo mi aveva avvisato di non disubbidire, mentre la mamma mi aveva preparato un fagotto con qualcosa da mangiare.
Il mio pensiero era che mi avrebbero portato al Distretto Militare, un carabiniere mi chiese se avevo la bicicletta, al mio sì mi disse di seguire i due carabinieri, uno davanti, io nel mezzo e un altro dietro. Facemmo poca strada, arrivati nel Pian del Melograno mi consegnarono ai tedeschi al reparto della T.O.D. un’organizzazione di lavoro della Germania nazista.
Ricordo che lì vi lavoravano più di 200 persone, tra queste anche di San Casciano e Mercatale, oltre a tanti altri che erano stati fatti prigionieri a Orvieto.
Iniziavamo a lavorare alle 7 fino alle 18, per mangiare avevamo un’ora. Eravamo 6 per squadra, sorvegliati da un soldato armato: oltre a costruire con i mattoni in cotto delle fornaci del Ferrone, la strada nel bosco per consentire il passaggio dei camion tedeschi, costruivamo delle piazzole lunghe 6 metri, alte 4 e profonde oltre mezzo metro. Queste servivano come deposito per le armi che venivano scaricate in grosse casse di legno.
Un giorno il soldato che ci guardava a vista, ci confidò che questo deposito era stato installato perché erano dovuti venire via da Orvieto per avvicinarsi a Firenze, e che di lì a poco l’avrebbero smantellato.
Nei primi mesi di luglio ricordo che avvenne un’incursione aerea, erano circa le 11 quando un aereo si abbassò, il soldato di guardia iniziò a gridare “Giù, buttatevi giù”.
A un certo punto iniziarono a mitragliarci, oltre ai proiettili e un’infinità di bossoli, cadevano sul terreno anche punte di pini e cipressi. Io ero sdraiato tra le scope, accanto a me c’era un mercatalino al quale dissi di strisciare fra le scope, in quell’inferno non avrebbero fatto caso a noi, ognuno cercava di salvarsi la vita.
Arrivammo in fondo al bosco alla Fonte dei Pollai, dove bevemmo e ci lavammo al viaio, avevamo i pantaloni e la camicia strappati e il sangue dei graffi sul corpo. “Dove andiamo in queste condizioni ora?” mi chiese. “A desinare a casa mia! Dobbiamo solo attraversare la strada di Luiano, e poi siamo ai Cofferi”.
La mattina dopo alle 7 ci presentammo nuovamente al campo, per fortuna non c’era stato nessun morto, ma i tedeschi avevano iniziato a smantellare il deposito, il camion di munizioni che avevamo scaricato il giorno prima, fu ricaricato.
Nel pomeriggio ad aiutarmi c’era un uomo di circa 60 anni che mi disse: “Ragazzo cerca di scappare quando si allontana il soldato perché stasera potrebbe essere troppo tardi. Lo stesso è già successo a Orvieto quando non hanno fatto uscire nessuno e molti di loro sono quelli che oggi sono qui prigionieri dei tedeschi”.
Ebbi molta paura nel sentire le sue parole, a un tratto mentre il soldato era impegnato a fare manovra a un camion, quell’uomo mi fece un cenno con le mani come dire: “Scappa ora”. Non ci pensai un attimo, mi precipitai nel bosco e non feci più ritorno nel Pian del Melograno".

NEL BOSCO – Umberto Marini, detto Cencino
Umberto Marini, per i sancascianesi “Cencino”, anche lui da ragazzino era impegnato nel Pian del Melograno. Con un compito particolare, dissetare le persone costrette a lavorare sparse nel bosco. Ecco il suo racconto.
"Furono prese le persone di San Casciano, gli operai comunali e anche quelli che lavoravano alla fattoria de Le Corti, io ero tra i più giovani mi chiamavano “il ragazzo” così mi affidarono il compito di portare da bere a tutti.
Andavo a prendere l’acqua in fondo al bosco dove c’era una fonte con un lavatoio chiamata la Fonte dei Pollai.
Avevo una cesta che portavo dietro le spalle, che conteneva diversi fiaschi e un paniere, anche questo con i fiaschi.
Era molto faticoso risalire la strada, i lavoratori erano tanti e non finivo mai di contentare tutti che subito l’acqua finiva.
Ricordo che una mattina arrivò un gruppo di aerei che iniziarono a mitragliare la zona, mi buttai in una macchia e appena si allontanarono uscii fuori.
Ero pieno di sangue, non ero ferito dai proiettili delle mitragliatrici, ma nel ruzzolare mi ero graffiato, tanto che andai a farmi medicare alla Misericordia di Mercatale.
Ricordo che mi pagavano sia in Comune sia al comando tedesco, avevano un rotolo di soldi come quello della carta igienica che gli tagliavano con le forbici, dipendevamo dalla T.O.D".
“Cencino” e Renato dopo tanti anni sono tornati nel Pian del Melograno, insieme al Gazzettino del Chianti, ritrovando ancora nel bosco il selciato in mattoni rossi per far transitare i mezzi militari. E ancora le buche dei depositi d’armi, oltre alla fonte dove si dissetavano i lavoratori.
Il bosco oggi non è più come quei giorni. Però chissà se lì, nel silenzio, Umberto e Renato hanno potuto riascoltare le voci dei compagni, il rumore degli aerei, il crepitio delle mitragliatrici.
Ma hanno anche assaporato la gioia di guardarsi ancora oggi negli occhi con un’emozione che solo loro possono percepire.
Un grazie alle famiglie Gamannossi e Marini.
di Antonio Taddei
© RIPRODUZIONE RISERVATA


























