E’ questo il titolo del racconto-romanzo di chi, a un tratto, ha perso uno dei punti di riferimento: il lavoro

GRASSINA (BAGNO A RIPOLI) – Una presentazione, quella andata in scena nelle settimane scorse dal librario di piazza Salvemini a Firenze, da tutto esaurito: non è consuetudine vedere infatti tutte quelle persone alla "prima" di un volume.

 

In questo caso stiamo parlando di "Finalmente Allegra", un racconto-romanzo davvero speciale scritto dalla grassinese Silvia Rabatti (al centro nella foto). Di Pagnini editore, chi vuole lo può trovare nell'edicola "Libri & Giornali" in piazza Umberto I a Grassina.

 

"Spero soprattutto – inizia Silvia raccontandoci la sua esperienza di vita e di scrittura – che la mia idea, la mia storia, possa essere utile a qualcuno che si trova in una situazione simile".

 

Di cosa stiamo parlando? Di una situazione che, purtroppo, in questi anni hanno vissuto e stanno vivendo in molti, moltissimi: la perdita del lavoro.

 

"Non è facile – prosegue Silvia – almeno non per tutti (e per me non lo è affatto), rendere pubblica un’esperienza abbastanza dolorosa e canalizzarla per farne nascere qualcosa di utile, sforzarsi di cercare di restare a galla".

 

"Ho quasi 40 anni – racconta – sono moglie e mamma di due bambini. Posso dire di essere stata molto fortunata, serena e felice per quanto questa vita ci possa dare. Improvvisamente però quello che era un pezzo fondamentale della mia routine viene a mancare, come per molti in questo periodo. E per un tempo più lungo del previsto: il lavoro".

 

"Ecco che le abitudini cominciano a cambiare – dice ancora – anche se gli impegni non mancano avendo una famiglia da seguire. La parte che soddisfaceva me stessa comincia ad indebolirsi. Rendendomene conto (e prima che scompaia irrimediabilmente) penso a qualcosa da fare, qualsiasi cosa che mi tenga la testa impegnata".

 

Un qualcosa che diventa scrittura: "Nel piccolo studio, solo mio, che abbiamo in casa, comincio a pensare che mi piacerebbe scrivere un racconto di qualcosa, dovrà essere un qualcosa che conosco abbastanza bene naturalmente".

 

Silvia ricorda quei primi momenti in cui tutto già c'era ma in cui doveva prendere forma e contenuto: "Devo cercare di partire facile – prosegue tornando con il pensiero a quegli istanti – anche perché ancora non ho idea di dove andrò a finire. Ma in questo momento non voglio neanche pensarci, non sono in grado di fare previsioni di nessun genere".

 

Pensa al sole, alla luce, alle vette che tanto ama: "Questo qualcosa è la montagna – sottolinea – una mia passione che mi trasmette un po' di positività. Comincio così scrivendo un primo capitolo che poi si legherà in maniera non ordinata ad altri. Scrivendo le idee arrivano, non sempre buone, ma ogni giorno è un allenamento alla mia fantasia. Quando non ho avuto più idee ho pensato di terminarlo, ma subito dal giorno dopo ne ho sentita la mancanza".

 

"Sono convinta – dice senza tentennamenti – che questo libro abbia avuto per me un effetto terapeutico, fatto con abitudine e metodo mi ha distratta e salvata da un periodo difficile".

 

Scorrendolo si capisce che dentro al personaggio di Allegra c'è, ovviamente, molto di autobiografico: "Sapeva di essere triste – si legge in un passaggio – dietro il suo volto stirato e ben curato non c’era nessuna pura felicità. Negli anni aveva però saputo apparire diversa, nascondendosi bene e controllando la sua spontaneità. I giudizi degli altri non l’avevano mai ferita, piuttosto la sua autostima era ciò che la rendeva più stabile, tenace. La sua determinazione dipendeva molto da come lei si vedeva, aveva sempre evitato di farsi condizionare dalle altre persone per paura di potersi trovare un giorno sola e senza dignità di se stessa. Voleva essere lei a pilotare il suo equilibrio".

 

Nel libro di Silvia c'è una montagna appagante, lenitiva, fatta di sole e di vita, di rinascita. Di equilibrio e libertà, di silenzi profumati: è la storia di una donna che riparte da un posto nascosto ma in piena luce, lontano dalle convenzioni e dai ritmi vissuti fino al giorno precedente.

 

"Certamente – ammette in conclusione – essere testardi e caparbi in questa occasione mi è tornato utile, fondamentale è stato non mollare anche quando pensavo che non sarebbe servito a niente. Cercavo soltanto di concentrarmi in quello che stavo facendo, pensando il meno possibile. Il difficile era quello".

di Matteo Pucci

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