Da Pechino alla California nei giorni del Covid-19. Ma presto Veronica sarà a Tavarnelle

Vive e lavora in Cina, dove ha visto scoppiare l'epidemia. Poi il volo negli Usa, dal findanzato...

TAVARNELLE (BARBERINO TAVARNELLE) – Veronica Bruni è la sorella di Leonardo (di cui abbiamo raccontato la storia pochi giorni fa).

Ventinovenne tavarnellina, vive e lavora a Pechino: insegna italiano ai ragazzi cinesi. In Cina ha visto scoppiare l’epidemia.

Adesso la sta vivendo in California, a casa del fidanzato, dove è arrivata a fine gennaio e dove per fortuna ci sono pochi casi. Presto rientrerà in Italia, a Tavarnelle.

Così “avrò fatto la quarantena in tre continenti” (ci dice, sdrammatizzando). “L’emergenza è iniziata intorno al 18 gennaio, quando sono cominciate le vacanze del Capodanno cinese – a parlare è Veronica – Con il mio ragazzo il 21 gennaio siamo partiti per un viaggio che avevamo prenotato in Gansu, una regione remota della Cina vicino alla Mongolia”.

“Sin da subito è stato prescritto di portare le mascherine – racconta – Ma all’inizio non abbiamo capito la gravità del problema: c’erano casi solo a Wuhan”.

“Arrivati nella seconda meta del viaggio il 25 gennaio (il Capodanno cinese) – ricorda – anche in Gansu sono stati vietati gli assembramenti. Abbiamo passato il resto della vacanza in albergo”.

“L’ultimo giorno siamo tornati a Lanzhou, la città principale, per riprendere l’aereo e tornare a Pechino – prosegue – Sul treno la polizia passava a chiedere i documenti e se avevamo sintomi”.

“Usciti dalla stazione – lì si sono presi un bello spavento – i dottori ci hanno misurato la febbre. Il mio ragazzo aveva 38, anche se stava bene. Gli hanno misurato di nuovo la temperatura con altri termoscanner: sempre negativo. Forse il primo era rotto. Ci hanno lasciato andare”.

“Tornati a Pechino – dice – siamo stati per giorni chiusi in casa. Siamo usciti solo per la spesa, uno per volta. Pechino era una città fantasma, faceva impressione. I cinesi in giro, pochissimi, tutti con guanti e mascherina, dicevano di essere sereni e fiduciosi nel governo”.

“I casi aumentavano ed eravamo preoccupati – ripercorre quei momenti – In Cina la sanità è privata. Pagavamo l’affitto e non lavoravamo: le scuole erano chiuse e lo sarebbero state per molto tempo”.

“Il 30 gennaio – va avanti – abbiamo preso il primo volo disponibile per Los Angeles: il mio ragazzo viene dalla contea di Orange (California). All’ingresso in aeroporto ci hanno misurato la febbre, ma prima di salire in aereo no”.

“Siamo partiti con due ore di ritardo – di nuovo è salita la tensione – Una signora aveva dei sintomi. E’ stata fatta scendere, tra gli insulti degli altri passeggeri, ed è stato igienizzato tutto”.

“Senza ricevere nessun controllo – aggiunge – siamo atterrati il 31 gennaio. Giusto in tempo, perché quel giorno Trump ha dichiarato che non avrebbe più fatto entrare stranieri provenienti dalla Cina. E il giorno successivo sono stati bloccati i voli”.

“Circa una settimana dopo rispetto all’Italia – spiega – sono iniziate le restrizioni, non efficaci: vietati gli assembramenti solo dalle dieci persone in su, chiusi gli esercizi non necessari (aperti però il fioraio e il bar), distanza di un metro ma nessun controllo. Pochissimi portano i guanti, quasi nessuno la mascherina. Tutti gli spostamenti sono consentiti”.

“Da metà febbraio faccio le lezioni online – dice ancora – In Cina, dopo che sono stati due mesi e mezzo chiusi in casa, la situazione si sta normalizzando, anche se con tutte le precauzioni del caso. Dato che è riscoppiato qualche focolaio, il 28 marzo sono state nuovamente chiuse le frontiere”.

“Ora devo rientrare in Italia perché mi scade il visto – conclude Veronica – Partirò da Los Angeles il 13 aprile e farò scalo a Parigi per sette ore. Dovrei arrivare a Roma il 14 aprile alle 20.30. Poi farò l’isolamento e spero di poter lavorare da casa”.

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