Natale è passato: noi ci facciamo raccontare quello… del secolo scorso

Diana, Ivo, Giovanna: nonni castellinesi aprono le porte dei loro ricordi. Ed è uno splendido tuffo nel passato

CASTELLINA IN CHIANTI – Natale è passato da poche ore. I bambini hanno avuto le risposte alle letterine a Babbo Natale. Le case sono ancora addobbate di tutto punto con abeti scintillanti e presepi. Tutti hanno avuto i loro regali, hanno mangiato insieme.

 

Ma abbiamo mai pensato di chiederci come era il Natale dei nostri nonni? Cosa facevano, cosa mangiavano, se anche loro aspettavano Babbo Natale?

 

Sono passati poco più di settant’anni e le cose si sono “rivoluzionate” completamente. E per questo che abbiamo deciso di fare con voi un salto nel passato, di vivere con i racconti dei nonni di Castellina in Chianti questa grande festa.

 

“Da bambini si andava alla messa di Mezzanotte a Castellina. C’era tanta gente e ci garbava proprio – ci racconta Diana Mecacci – Abitavo a Rocca. No Rocca delle Macie, non sbagliamoci. È per la strada per andare verso Palazzolo. Per la messa di mezzanotte, mi vestivano come quella ragazzina della fiction su Rai 1 "L’amica Geniale". Avevo certe gamberelle secche secche…".

 

"Per Natale – continua il suo racconto – cucinava la mia nonna Fortunata: 17 bocche da sfamare. Ricordo che si ammazzava il maiale; sai, del maiale si mangia proprio tutto. Si buttano via solo gli ossi e le unghie. I regali, noi, non si sapeva nemmeno cosa fossero".

 

"Da noi – ricorda – veniva la Befana. Ci portava una calza, con dentro una cipolla, l’aglio, il carbone e ogni tanto qualche caramella, non era mica come adesso. Noi bambini avevamo paura della Befana. Si tremava sempre. C’era il mio zio Ottavio che si travestiva tutti gli anni: si metteva una pezzolaccia in capo e un vestito. La sera dell’Epifania andava sempre a veglia e ci diceva a noi ragazzi: "Voglio vedere se quest’anno vedo la Befana". Ma non la incontrava mai, perché era lui a travestirsi".

 

Il 25 dicembre era una piccola pausa dal lavoro. Per tutti: "Natale era l’unico giorno, in cui noi ragazzetti non andavamo a badare le pecore.  Per pranzo, mi ricordo, c’era la minestrina in brodo preparata con un po’ di cappone e un po’ di lesso. Non c’erano i tortellini. A quel tempo non si conoscevano nemmeno. Poi si mangiava qualche fegatello, qualche braciolina di maiale e per finire panforte e cavallucci. La notte di Natale, prima di andare a letto, i nostri genitori ci dicevano: "Lasciate il fuoco acceso perché scende la Madonna ad asciugare le pezze per Gesù". Ecco quale era il nostro Natale”.

 

Anche Ivo Mecacci, marito di Diana, ci racconta di quando era piccolo: “Da bambino stavo a Tregole, in campagna. Alla messa di Natale, noi si andava di giorno e poi tutti a badare le pecore. Mi ricordo che la mi mamma era un po’ pasticcera e così preparava i tronchi d’albero. Si regalavano sempre tutti, perché il mio babbo era un po’… un aggeggio. Chiedeva sempre favori a destra e sinistra. Un anno, mi ricordo, si dettero via ben 17 tronchi. Povera donna, la mia mamma".

 

"Solamente per fare tutta quella crema al cioccolato – ricorda Ivo – era un'impresa. Il latte di mucca non lo avevamo, perciò usava il latte di capra. Noi avevamo i maiali, le vacche e i conigli che si vendevano.  Per Natale si indossava il vestito buono. Il primo di noi che si alzava si aggiudicava le scarpe. Ce n’erano un paio per tutti. I giorni dopo Natale si faceva la smaialata. Si invitava tutti i parenti e mangiavano tutto loro. Si facevano i migliacci, le salsicce, i fegatelli. Che tempi quelli!”.

 

“Prima Natale era molto triste – ci racconta Giovanna Migliorini – Da bambinetta stavo a Petroio, nel comune di Radda. Non eravamo tanti in casa: io, il mio babbo, la mia mamma, la mia nonna e il mio zio. Per Natale si mangiava il cappone in umido, il brodo con i tagliolini fatti in casa e se c’era anche un fegatello. Cucinava tutto la mia nonna. A quattro o cinque anni iniziai a darle una mano. Razzolavo il tegame, andavo a prendere l’acqua".

 

"Alla messa andavamo la mattina di Natale – dice ancora Giovanna – a San Giusto in Salcio. Mi ricordo che un anno nevicò. La finestra era rimasta aperta e sul davanzale di cucina c’era tutta la neve. C’era passato il gatto e si vedevano tutte le pestatine. La mia mamma mi chiamò e mi disse: "Mimma, vieni a vedere. È passata la Befana". Prima si credeva proprio a tutto".

 

"I regali non si sapeva nemmeno cosa fossero – conclude – Ci regalavano i calzettoni lana e un anno, mi ricordo, la mi mamma mi fece anche i guanti. Poi si cantavano anche le canzoncine”.

di Jessica Nardi

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