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lunedì 4 Maggio 2026
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    L’INTERVISTA / Fabio Voller, l’uomo che “legge” l’epidemia in Toscana: “I dati sono molto incoraggianti”

    "Lo strumento migliore sarebbe poter usare i tamponi a tappeto sulla popolazione per intercettare i casi, ma ci si scontra con i problemi nel reperimento di reagenti ed estrattori"

    FIRENZE – Fabio Voller, coordinatore dell’osservatorio di epidemiologia dell’Ars (Agenzia regionale della sanità), è in sostanza l’uomo che “legge” l’andamento dell’epidemia da Covid-19 nella nostra regione.

    Il suo è quindi un punto di vista centrale nel valutare gli effetti di misure, allentamenti, aperture. Per farci capire dove siamo e in quale direzione ci stiamo addentrando.

    Il Gazzettino del Chianti gli ha rivolto sette domande per analizzare la situazione dell’epidemia in Toscana, la prospettive, i vari ambiti che ci stanno a cuore. Salute, scuola, lavoro, economia… .

    Dottor Voller, usciamo da un week end pieno di immagini di “movide”, assembramenti, mascherine calati o mancanti un po’ dappertutto. Come valuta questi comportamenti? Erano da mettere in conto? Fanno parte del rischio calcolato o rischiano di far saltare il banco?

    “Credo che i bambini, i ragazzi ed i giovani in generale, abbiano pagato il prezzo più alto dell’isolamento fisico e sociale previsto dalle misure di lockdown. La riapertura ha suscitato una grande voglia di rincontrarsi e di stare assieme da parte loro, di ritrovare la vecchia socialità. Credo sia essenziale ribadire le accortezze e le misure di distanziamento previste dal dpcm e stressare fortemente l’utilizzo delle mascherine. Responsabilizziamo anche i gestori dei locali che li ospitano la sera richiedendo il rispetto di quelle misure. Queste misure potrebbero essere sufficienti. Dobbiamo educare, più che spaventare”.

    Fin da inizio pandemia l’Ars è stata al centro delle informazioni e della divulgazione sull’andamento della pandemia: c’è stato un momento in cui, vedendo i dati, ha temuto per il peggio in Toscana?

    “No, sinceramente no, la capacità soprattutto ospedaliera di rispondere all’emergenza è stata pronta ed efficace, al momento del picco avevamo quasi 300 pazienti in terapia intensiva ma il sistema si era attrezzato per poterne offrire fino a 440 posti letto. Da inizio aprile i dati hanno cominciato a cambiare. Sono più di 50 giorni consecutivi che il numero di ricoveri totali scende in Toscana. I servizi territoriali sono andati maggiormente in difficoltà anche se le Usca sono entrate quasi immediatamente in funzione. Ricordiamo che questi servizi oltre a dover effettuar i tamponi sul territorio ha dovuto anche monitorare più di 20.000 persone in Toscana, confinate in isolamento domiciliare, negli alberghi sanitari forniti da Regione Toscana, ed infine quelle poste in sorveglianza attiva perché contatti dei casi. Uno sforzo non indifferente”.

    E oggi, come descriverebbe l’attualità e le prospettive a breve-medio termine per la nostra regione?

    “I dati a 20 giorni dalla riapertura del 4 maggio sono molto incoraggianti. I nuovi casi raramente superano le 20 unità, i ricoveri scendono, gli stati clinici gravi sono oramai molto residuali ed anche i decessi, finalmente, si contano sulla punta di una mano. Non bisogna ovviamente abbassare la guardia, il nostro è un cauto ottimismo”.

    La strategie delle “tre T” è davvero la priorità? A che punto è in Toscana e come (e in quali tempi e modi) potrà migliorare?

    “La famosa strategia delle “tre T” (Testare, Tracciare e Trattare) è davvero la priorità se vogliamo poter tenere completamente aperto. Campioni di popolazioni testati per il loro maggior rischio di poter contrarre infezioni, la ricostruzione dei loro contatti qualora si accerti un caso positivo, e il trattamento precoce affinché i casi lievi non peggiorino. Lo strumento migliore sarebbe poter usare i tamponi a tappeto sulla popolazione per intercettare i casi: Regione Toscana avendo, come molte altre regioni, problemi nel reperimento, non tanto dei tamponi, ma dei reagenti e degli estrattori (componenti che servono per amplificare il “segnale” del tampone), hanno dovuto dirigersi verso l’utilizzo dei test sierologici, di cui si sta facendo un uso davvero considerevole. Siamo vicino alle 100.000 persone testate. Più del 20% dei nuovi casi nelle ultime tre settimane provengono dalla campagna dei test. Si stanno quindi intercettando molte persone asintomatiche, che in teoria potrebbero diffondere il virus”.

    Capitolo luoghi del contagio: a parte situazioni ospedaliere e simil-ospedaliere (Rsa i primis), quanto è rischioso, dal vostro osservatorio, un contagio su luoghi di lavoro, al ristorante, al bar, …?

    “Per ora il rischio sta rimanendo contenuto nei ristoranti e nei bar anche perché, purtroppo, ancora probabilmente poco frequentati. Nelle ultime tre settimane riaffiorano, come all’inizio dell’epidemia i luoghi di contagio di famiglia e lavoro, ma ancora fortunatamente nessuno di questi luoghi ha rappresentato un nuovo largo focolaio di infezione”.

    Dire che rischiamo di tornare a una situazione drammatica (pensiamo a Lombardi, Veneto, Emilia Romagna) come quella tra fine febbraio e marzo, dove a un tratto si è scoperto un virus che girava sotto traccia da settimane, è oggettivamente possibile? Oppure il rischio è più che altro relativo all’”accensione” di focolai più o meno grandi?

    “Sappiamo che il virus non sta mutando, però sicuramente siamo di fronte ad un virus che crea meno infetti e meno condizioni cliniche gravi. Quali le cause? La stagionalità potrebbe avere un ruolo molto importante nell’andamento della pandemia; l’immunità naturale potrebbe essere più facile da raggiungere a causa di cross-reattività dell’immunità cellulare con altri coronavirus, stanno emergendo terapie in grado di limitare la morbidità e mortalità da Covid-19. Ed infine i clusters, i focolai più grandi di contagi, sono avvenuti in ambienti non protetti dalla chiusura (case di riposo, ospedali, famiglie) mentre i contagi in altri ambienti sono stati più rari. Se stiamo attenti a coprire i luoghi di contagio sensibili potremmo coesistere con il rischio più agevolmente ed aspettare con maggiore tranquillità il vaccino”.

    Cosa si sente di dire, infine, ai toscani che si apprestano all’estate 2020? E a quelli che sperano, a settembre, di mandare finalmente i loro figli all’asilo e a scuola?

    “Spero sia una estate che ci riconsegni una parvenza di normalità delle nostre vite. Chi potrà avere la possibilità economica di fare vacanze spero le possa fare in tutta tranquillità, a chi resterà in città per lavoro o altra necessità dovremo riuscire a garantire una possibilità di svago passata in sicurezza. La questione della scuola è altresì basilare invece per la qualità dell’apprendimento e per le relazioni sociali dei nostri ragazzi. Abbiamo il dovere di dare una risposta organizzata che permetta a settembre al massimo dei ragazzi la presenza fisica a scuola. Né va dei loro stili di vita, delle loro relazioni sociali e della qualità del loro apprendimento, sopratutto di chi parte con un maggiore svantaggio sociale legato ad una condizione di disabilità: è proprio in momento come quello stiamo attraversando, che la forbice con gli altri si amplia a dismisura”.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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