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giovedì 11 Agosto 2022
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    Il saluto a Greve in Chianti (dalla pensione) del dottor Claudio Mazzotta

    Medico di famiglia per 37 anni nel comune chiantigiano: la scelta di lasciare Rianimazione a Ponte a Niccheri per fare il medico di medicina generale, un servizio svolto con "passione e gioia"

    GREVE IN CHIANTI – Dopo 37 anni da medico di famiglia, il primo gennaio 2022 è andato in pensione il dottor Claudio Mazzotta.

    Medico curante di migliaia di persone, con ambulatorio a Greve in Chianti dal lontano novembre del 1985.

    # Greve: “Il dottor Mazzotta andrà in pensione. Il mio grazie e quello della mia famiglia”

    “Fare il medico di famiglia è stata una mia libera scelta, non un ripiego – comincia così la nostra chiacchierata con il dottor Claudio Mazzotta – Nel 1980 lavoravo in Rianimazione presso l’ospedale di Ponte a Niccheri, ma scelsi la convenzione invece di restare in reparto”.

    “Il rapporto con i pazienti che c’è nei reparti non mi piaceva – ricorda – Vedevo queste persone poche volte e dopo averle operate o prescritto una terapia non sapevo più niente di loro”.

    “Credo invece che sia importante conoscere i pazienti a fondo per scegliere il giusto percorso – continua – per questo fare il medico di famiglia, ed avere un unico ambulatorio, ritenevo che fosse la strada giusta da seguire. E sinceramente ho svolto tutti questi anni di servizio con passione e gioia”.

    “Fare il medico in un paese significa entrare nelle case di chi chiede aiuto – racconta – significa conoscere tutto dei propri pazienti, ovviamente coperto dal segreto professionale. Ma questo rapporto aiuta il medico a scegliere la giusta terapia e aiuta il paziente ad avere fiducia in ciò che gli viene detto”.

    “Quando iniziai a lavorare a Greve in Chianti – richiama dei ricordi sorridendo – ancora non c’era l’emergenza. Ed io che provenivo da varie esperienze di emergenza in città, venivo chiamato prima dell’ambulanza: in macchina avevo il kit per l’emergenza, anche l’ossigeno. Praticamente mi mancava solo la barella”.

    “Poi sono passati gli anni – prosegue – ed il mio lavoro si è continuamente arricchito di esperienze, amici e colleghi, con i quali ho intrapreso una collaborazione stretta, ancora prima che si potessero fare i gruppi di lavoro”.

    “Possiamo dire – dice con orgoglio – che quando i gruppi di dottori sono stati resi possibili noi eravamo “un gruppo di fatto” da tanto. E ringrazio molto i miei colleghi, perché la conoscenza condivisa ha permesso ai nostri pazienti di avere un servizio decisamente migliore e più efficiente. La medicina di gruppo è sicuramente il futuro anche per i medici di famiglia”.

    “L’arrivo del Covid – inevitabile l’argomento – ha complicato immensamente il nostro lavoro. La burocrazia è diventata insostenibile, le telefonate sono aumentate in maniere esponenziale e le procedure cambiavano (e lo fanno ancora) continuamente. Nell’emergenza si è vista la fragilità del sistema: e se ha retto è grazie all’impegno dei medici di famiglia. I problema è che il carico è talmente grande che in molti rischiano di non reggere”.

    “Dal primo gennaio sono un uomo libero – conclude – mi dispiace aver lasciato i miei colleghi in questo periodo, ma per ogni persona arriva il momento di dire basta. Ora mi dedico a riposarmi e rilassarmi un po’, dopo di che farò il nonno, più di quanto non ho fatto finora. Ed essendo un camperista da venti anni, ho intenzione di fare i viaggi che ancora non sono riuscito a fare”. 

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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