E se invece fosse un bene? Interpretazione mitica della attualità politica italiana. Il Ragnarok italiano, e sia! Come latini, come cristiani, come italiani dal background culturale latino e cristiano (si, anche noi che siamo antinazionalisti e atei siamo germogliati in quel triste terriccio) tendiamo ad avere una visione in continuo divenire della realtà, che mai può essere uguale a sé stessa, mai può essere ciclica.
Di Dio ce n'è uno ed è imperituro, di Vergine ce n'è una e uno è il Messia: è un panorama non rivoluzionabile che nel caso in cui cambiasse, non potrebbe tornare alla propria origine.
I personaggi di questa narrazione non è previsto che possano essere sostituiti, che un Lucifero riesca a prendere il potere insomma.
Pensiamoci come latini, pensiamo da popolo il cui mito fondativo è relativo a due fratelli che sacrificano la propria unione, per ottenere la possibilità di dare il proprio nome alla grande capitale della latinità: Roma, la Roma di Romolo il quale ingannò il fratello? Ne è valsa la pena, sacrificare la forza di quel legame affettivo per il nome di una città? Se ragioniamo nei termini di chi ha la prospettiva di tenere in eterno immutato quel nome e la fama di chi lo ha dato, probabilmente si.
Abbiamo molteplici esempi che ci indicano il ripetersi di una ciclicità che governa i vari capitoli della Storia: si ripetono ciclicamente le stagioni, si ripetono le glaciazioni, si ripetono i periodi storici "bui" e quelli di grande sviluppo, si ripetono i momenti in cui la parte romantica e istintiva degl'uomini ha il sopravvento sulla razionalità… pensiamo solo al termine rivoluzione, quello con cui indichiamo il più profondo e radicale dei cambiamenti; revolvěre altro non vuol dire che ritornare: andare avanti per riavvicinarsi a ciò che già c'era.
Vediamo quindi con paura i salti nel vuoto, con terrore la possibilità che il nostro treno esca dai binari: una volta che ciò è accaduto, sappiamo che indietro non è possibile tornare e quindi meno sconvolgimenti ci accadono, più lineari sono i cambiamenti, più siamo rassicurati e contenti.
L'Italia odierna, il mondo in generale; siamo sicuri che non abbia bisogno di una rivoluzione, di un periodo di Kaos per rigenerarsi? Siamo sicuri che convenga tenere in vita qualcosa di vitalmente compromesso e non recuperabile, come il nostro sistema, come il nostro modello di società? Infondo laddove c'è stato un incendio, la vegetazione cresce più rigogliosa.
Se quello in corso in Italia, fosse una sorta di Ragnarok, siamo sicuri che non sia un'opportunità per mescolarle davvero le carte, per ricominciare meglio, per sostituire ciò che è irrimediabilmente compromesso?
Un momento di rivoluzione non da temere, ma da sfruttare, da combattere perché per quanto buia sarà la notte, più apparirà radioso il giorno che la seguirà. Ragnarok, cos'è? È una parola norrena (norreni, il popolo germanico progenitore degli attuali scandinavi) che indica un evento, uno scontro tra le forze del kaos e quelle dell'ordine.
Letteralmente Ragnarok significa fato degli dèi, quindi un destino inevitabile quanto turbolento, una fine da affrontare con la consapevolezza che il compiersi di essa non è che la condizione necessaria per un nuovo inizio.
Quindi, perché non lasciare che gli eventi si compiano e che lo facciano nella maniera più caotica possibile?
Perché, nel concreto, non lasciare che gli italiani sfoghino tutto l'odio, il senso di ingiustizia e insoddisfazione che hanno accumulato; perché evitare delle elezioni che consegnerebbero l'Italia alla peggiore delle destre?
Perché non fare in modo che questo ragnarok si consumi? Non c'è granché da mettere in salvo: questa guerra mitica tra Æsir (divinità dell'olimpo nordico) e giganti è già cominciata probabilmente, almeno cominciata è la serie di eventi che la precedono.
Il mito nordico parla di un inverno rigido e lungo, di fame e disperazione… una crisi economica?
Al termine di questo periodo gelido, il Fimbulvetr, tutti i legami e le catene verranno spezzati: i legami familiari verranno spezzati, le leggi e le gerarchie annichilite in un turbine di violenza… il clima d'odio e la disgregazione che vige ad oggi nella nostra società ha bisogno di poche spiegazioni.
Il sole e la luna verranno inghiottiti dai lupi, il mondo cadrà nel buio… se questo fosse un primo riferimento ai cambiamenti climatici in atto?
Oppure questa fase l'abbiamo ancora da vivere, quella in cui il buio che annienta la capacità di leggere, da il là al dominio della percezione sensibile sulla ragione e sulla capacità di osservazione-analisi logica?
Yggdrasill, il grande albero della vita si scuoterà cosicché alluvioni, terremoti devasteranno il mondo e tutti i confini svaniranno nel caos… che ci stiamo devastando il pianeta ormai è acclarato, mitologia o no.
Il Ragnarok vero e proprio si compie nello scontro tra divinità e le proprie nemesi caotiche, ma alla fine nella devastazione totale non vi sarà un chiaro vincitore. Sarà in fine il gigante Surtr che con la sua spada di fuoco applicherà un incendio catartico sul mondo devastato dal Ragnarok, in esso kaos e ordine si sono annientati a vicenda.
Spente le fiamme, i figli di Odino, Viðarr e Váli, e i figli di Thor, Móði e Magni, erediteranno i poteri dei padri. Baldr, il dio della speranza con sua moglie Nanna e Hǫðr suo fratello, torneranno da Hel, il regno della morte.
Troveranno, nell'erba dei nuovi prati, le pedine degli scacchi con cui giocavano gli dei scomparsi.
La stirpe umana verrà rigenerata da una nuova coppia originaria. Un ciclo, nient'altro che un ciclo. Un girare che porta al punto da cui si è partiti. Periremo dunque, ma con noi periranno anche loro in questo scontro.
Hanno l'occasione di armarsi e di partire, come da 75 anni non gli capitava, di combattere coi favori del pronostico tra l'altro. I topi di fogna, i delinquenti che grazie al rigido inverno hanno trovato la libertà e la forza ora vogliono godersi questa parentesi di Potere che la Storia gli sta concedendo.
Quando il mondo sarà incenerito e sarà concluso il kaos nuova vita ci sarà, più lussureggiante sarà la terra e più tersi gli orizzonti. Vogliono combattere?
Concediamoglielo e concediamocelo: la catarsi che scaturirà dallo scontro, sarà benefica per questo popolo ormai abituato a stare a capo chino, mentre nell'alto dell'Ásgarðr (casa degli dèi) politico-istituzionali, prostituiti ai poteri economici, tutto si compie e viene fatto e disfatto.
È il momento di combattere: quello è un modo (forse il solo ad oggi) che il Popolo ha per influire sul Potere: mettere esso in condizione di dover schierare, armare quel popolo per farsi difendere… poi un popolo armato e consapevole della propria forza può fare tante cose.
Antonio Matteini
di Antonio Matteini
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