"Caro direttore, ti voglio ringraziare dell’editoriale molto bello che hai scritto sul rione rosso, le Fornaci, quello in cui sono cresciuto da piccino.
Mi lascerai passare il fatto che userò un po’ del nostro vernacolo, che come sai è diverso non solo dall’alto fiorentino ma anche dal tuo sancascianese.
E’ così perché nella lingua, lo sappiamo bene, c’è tutto. La lingua è lo specchio della gente e la gente che ha ancora il proprio vernacolo ha ancora la propria identità.
Alle Fornaci c’è sempre stato uno spirito combattente, uno spirito controcorrente, nato dal territorio in cui sorge il rione, storicamente il meno ricco, quello delle fornaci fumose e impiastricciate di terracotta, con i vasi accatastati. Quelle fornaci da dove sono sempre usciti i più bei capolavori della nostra particolarissima arte.
Ricordo che una volta – ero davvero piccino negli anni di piombo – lo spirito controcorrente dei fornacini si era spinto a rappresentare su un carro l’Italia intera come una “malata”.
L’Italia era inchiccata e sofferente, con gli occhi chiusi, ma avrebbe dovuto essere “ricostuitita” da una trasfusione di vino.
I tempi erano diversi e il vino era “rosso”; quel carro attirò polemiche paesane a non finire sulla “politicizzazione” della festa, diremmo oggi nel nostro politicamente corretto. All’epoca si diceva che le Fornaci erano il rione dei comunisti.
La sfilata, se non ricordo male, non si tenne perché accadde una tragedia ad una rionale, ma il paese rimase “strinto” attorno al rione e la giuria gli assegnò un premio speciale.
Se sbaglio mi correggerete; credo però che i rionali fornacini dimostrassero già allora, quello stesso spirito controcorrente ma indomito che domenica abbiamo apprezzato.
Altri ricordi delle Fornaci?
I cavalli che stavano sulle nuvole, forse l’ultima volta che in Piazza ha vinto “i’ccarro” e non “i’bballetto”. Anche quella fu una scelta controcorrente, perché ormai non ci credeva più nessuno che il carro da solo potesse vincere.
Negli ultimi anni hanno preso il sopravvento le scuole di ballo, il tecnicismo esasperato e la perfezione coreografica; assistiamo a scene bellissime, studiate al millimetro e ripetute in Piazza con passione, vediamo veri e propri teatri ambulanti, ma che cosa raccontiamo?
Quale messaggio culturale – in senso più che lato – abbiamo fatto passare negli ultimi anni?
Oggi invece, a camiciole chiuse, quale altro CARRO ricordiamo davvero se non quella delle Fornaci?
La meraviglia della Festa dell’Uva e dell’intero paese è questa: rinascere dalle ceneri cambiando prospettiva quando “un se ne pole più”.
di Marco Mecacci
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