venerdì 25 Settembre 2020
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    Riccardo Franchi: “Quando tutti avevano un soprannome”. Parola… del Lischi

    Abbiamo incontrato uno dei massimi "esperti" del tema, per un viaggio nei soprannomi dei sancascianesi

    SAN CASCIANO – Prendendo spunto da una discussione nata su un gruppo chiuso su Facebook, riguardo ai soprannomi degli abitanti di San Casciano, abbiamo pensato di approfondire questo argomento della cultura popolare, così sentito in paese (ma in sostanza in gran parte dei nostri paesi), andando a cercare qualcuno che un po’ se ne… intendesse.

    Tra i molti ben informati e appassionati su questo tema, ci è stato indicato Riccardo Franchi, detto “il Lischi”, conosciutissimo proprietario del bar omonino in via dei Fossi.

    Ne parliamo con lui perché ama il suo paese e tutto ciò che lo riguarda; e perché facendo ricerche per ricostruire l’albero genealogico della sua famiglia, si è più volte imbattuto in documenti che riportano il soprannome di molte persone.

    Come tutti i sancascianesi della sua età, Riccardo porta avanti questa tradizione popolare dei soprannomi che, purtroppo, va scomparendo con le nuove generazioni.

    “Il soprannome oltre ad una valenza popolare – racconta Riccardo – ha avuto da sempre la funzione di riconoscimento immediato delle persone, ai tempi in cui non c’erano ancora le fotografie”.

    “Infatti – continua Riccardo – ho trovato nelle mie ricerche dei rapporti di polizia che riportavano, già nell’800, accanto al nome e cognome anche il soprannome”.

    Questa tradizione, ci spiega Riccardo, tipica della Toscana, aveva appunto la funzione di riconoscere le persone. Ad esempio il soprannome serviva a distinguere i figli di due fratelli, con lo stesso cognome e spesso con lo stesso nome (perché a tutti i figli maschi veniva dato di solito il nome del nonno).

    “Il soprannome – ci spiega Riccardo – nasceva sia da una caratteristica fisica, che da un atteggiamento, dal lavoro che si faceva e spesso aveva un significato opposto alla reale caratteristica di quella persona”.

    “Penso ad esempio – racconta – a Dino di Limone, fratello del nonno di Carlo Lotti, oppure a Temponero, un signore che non sorrideva mai. O al Massiccio che era un omino esile, che faceva il sacrestano alla chiesa del Suffragio. E che di massiccio non aveva nulla”.

    Questa sua conoscenza Riccardo l’ha ereditata dalla mamma, quando davvero in paese tutti si conoscevano con il soprannome, che quasi sempre ti veniva dato da bambino dagli amici e te lo portavi addosso tutta la vita.

    Spesso qualche soprannome era quasi indicibile, a volte un po’ offensivo, ma sembra che nessuno se ne prendesse a male; una consuetudine popolare a cui tutti si adeguavano, come la generazione di Riccardo che ha continuato fino ai giorni nostri a dare soprannomi e ad averli.

    “A me – confessa Riccardo – mi hanno chiamato Il Rosso per un cappotto rosso di pelliccia sintetica che portavo, ma siccome sembravo anche un lupo con tutto quel pelo mi chiamavano anche Ezi, come lupo Ezechiele“.

    “In realtà – sottolinea Riccardo – io sono Il Lischi. Già il mio nonno era Torello del Lischi, come il mio trisnonno e sembra che questo soprannome derivasse da una pronuncia difettosa della lettera S”.

    “Poi – continua – c’erano altri Franchi che si chiamavano gli Zubbi, ma non si sa come mai, come Carlo, babbo di Alberto e Franco. Un altro soprannome “storico” a San Casciano, che mi ricordo, era quello del babbo di un mio amico, detto Cigolio. Perché da bambino invece di dire i pulcini pigolano aveva detto i pulcini cigolano”.

    “Anche Enrico Matteini, detto Il Lollo – aggiunge Riccardo – il babbo di Morando Matteini, il meccanico di viale Corsini, era così soprannominato perché aveva un viso con due occhietti tondi e vivaci da assomigliare ad un lollo, cioè ad un barbagianni.”

    “Il Lollo – sottolinea Riccardo – era un personaggio a San Casciano. Perché era quello che durante le processioni, un tempo lunghissime, cantava andando avanti e indietro, tenendo alta la voce di tutti. Ai balli dirigeva la quadriglia e quando morì volle che sulla sua tomba fosse scritto “Il Lollo”, perché come Enrico Matteini lo conoscevano in pochi”.

    “Poi – conclude Riccardo – c’erano cinque personaggi che lavoravano allora dall’Anichini, al servizio delle vetture qui alla stazione di San Casciano, che quando venivano chiamati tutti insieme la sembrava quasi una bestemmia: Usseri, Seghine, Bastonate, Gesù, Gobbo”.

    Decine, centinaia sarebbero i soprannomi da ricordare. C’è chi li ha raccolti, c’è chi li sta raccogliendo.

    Di sicuro San Casciano, che è bello conoscere un po’ di più attraverso i suoi personaggi di un tempo (che nell’immaginario collettivo costituiscono ancora l’anima del paese), ha una bella storia da raccontare anche in questo senso..

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