Il carrozziere che dipingeva quadri: la storia di “Pimpolino” da Mercatale

Alviero Bartoli è scomparso da 20 anni. Di lui rimangono i quadri e una storia misteriosa e affascinante

MERCATALE (SAN CASCIANO) – Sono passati vent'anni dalla sua scomparsa. E oggi di lui, oltre alla memoria dei compaesani di Mercatale, che lo soprannominavano “Pimpolino” per la sua bassa statura, restano i quadri. 

 

Alviero Bartoli, nato a Firenze nel 1921, ha trascorso gran parte della sua vita a Mercatale, dove nei primi anni '60, dopo aver lavorato come carrozziere per un periodo a San Casciano, aveva trasferito la sua officina in piazza Tellini.

 

Già da tempo aveva rivolto il suo interesse alla pittura a olio e spesso, nel tempo libero, dipingeva da autodidatta il paesaggio chiantigiano, raffigurandolo nella grande varietà di colori delle sue stagioni.

 

 

Dai suoi quadri si osservano strade sterrate che, curva dopo curva, si insinuano tra colline verdi, rosse e gialle, disseminate di olivi e gruppetti di cipressi, fiancheggiando qualche isolata casa colonica o, in lontananza, un castello secolare.

 

Ma Bartoli non aveva caro solo il tema del paesaggio. “La sua, infatti – raccontano i paesani – era una pittura interiore, volta a indagare e a dare espressione sulla tela dell'essenza e dei tormenti non solo di lui stesso, ma più in generale dell'animo umano”.

 

Numerosi gli autoritratti del pittore, conservati insieme ai paesaggi in collezioni private e raccolte pubbliche, che lo ritraggono con lo sguardo puntato sull'osservatore e dei quali uno risulta molto distintivo.

 

Bartoli raffigurato a mezzobusto, capelli grigi e in volto le tracce del tempo che passa, osserva lo spettatore quasi con sguardo ironico. Alle sue spalle due alberi spogli, scuri.

 

Dalle loro sagome, mentre emergono dalla corteccia, si rivelano volti umani, con nasi, bocche e occhi chiusi, gli uni vicini agli altri, che all'apparenza sembrano cercare una via di fuga dalla prigione di legno in cui si trovano.

 

 

Gli alberi viventi allungano i loro rami verso il pittore, protendono le mani dalle sembianze di artigli in direzione della sua testa, tentando di raggiungerlo.

 

Non abbiamo testimonianza diretta del significato, chiaramente simbolico, di questa rappresentazione, però secondo le voci del paese “i volti umani raffigurati alluderebbero a tutti coloro che schernirono il pittore per la sua statura minuta quando era ancora in vita”.

 

“Pimpolino” non raggiunse mai il successo con i suoi quadri, nonostante alcune mostre, come quella a Palazzo Vecchio nel '64 e alla “Casa di Dante” nel '65 a Firenze e qualche riconoscimento abbiano contribuito a farne conoscere il nome a livello locale.

 

Bartoli condusse l'ultima parte della sua vita in solitudine, dipingendo e regalando ad amici e parenti i suoi quadri. “Il passerotto” fu una delle sue opere più note.

 

Il dipinto raffigurava in primo piano un passerotto nero accovacciato sul ramo di un albero spoglio, con lo sfondo di una collina innevata in pieno inverno.

 

Il passerotto che Bartoli diceva sempre rappresentasse se stesso e la sua condizione di isolamento e ritiro esistenziale si dice sia stato riposto nella bara insieme al suo artista.

 

Ma nessuno oggi a Mercatale ne ha più notizie. 

di Cosimo Ballini

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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