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giovedì 9 Aprile 2026
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    Un anno e mezzo da cappellano del carcere di Sollicciano: il racconto di don Stefano Casamassima

    Il parroco di San Pancrazio descrive questa sua esperienza ("Dovrebbe essere come un ospedale, dovrebbe guarire"). E racconta due prossimi eventi in cui la comunità sosterrà chi vive in carcere

    SAN PANCRAZIO (SAN CASCIANO) – Da un anno e mezzo don Stefano Casamassima, parroco di San Pancrazio, è anche cappellano del carcere di Sollicciano, a Firenze.

    Un’esperienza forte, complessa, che il sacerdote accetta di raccontare al Gazzettino del Chianti.

    Un’esperienza a sostegno della quale, in particolare delle profonde povertà che ospita, ha coinvolto e sta coinvolgendo anche la sua comunità, quella di San Pancrazio.

    Don Stefano, come si vive in carcere ogni giorno, come si aiutano queste persone?

    “Inizio con il dire che lo sbaglio di giudizio della società è proprio nell’idea di fondo del carcere: il carcere è un luogo di transito, non di permanenza indefinita. Proprio come in ospedale, dove si entra per venire curati e uscire guariti, perché non è la stessa cosa per il carcere? Perché il male che ha abitato queste persone ha colpito anche noi, nel nostro profondo, generandoci distacco, disprezzo e distanza sociale. Queste persone devono invece entrare in carcere per essere guarite. Si parla di “giustizia riabilitativa”: ma se anche la società non viene guarita, non viene educata all’accoglienza e all’ascolto, queste persone non guariranno mai veramente. Senza una riabilitazione sociale al momento della loro uscita, non riusciranno più a mantenersi saldi nel bisogno di bene, e si troveranno di nuovo a dover far fronte alle loro fragilità e ricadranno nel male. Proprio come l’ospedale, il carcere è il segno che tutti abbiamo una sofferenza e tutti dobbiamo essere guariti. Perché dietro ad ogni persona, ad ogni reato, ad ogni gesto, anche il più indicibile, c’è dietro una storia di vita più ampia, fatta di sofferenze, abbandono, povertà sociale ed educativa, di guerra, di violenza. Quelle persone non sono il loro reato e, attraverso la fede, ogni giorno cerco di ricordare loro che su di loro hanno un amore più grande che li spinge a provarci ancora  e ancora per uscire dal male dove sono sprofondati”.

    Chi sono coloro che vivono in carcere?

    “Parto con il dire che le condizioni del carcere di Sollicciano, come purtroppo la maggior parte delle strutture statali, vivono una condizione di degrado tale che è veramente un’umiliazione per l’essere umano. Sollicciano è un carcere misto, e senza dubbio l’età dei detenuti si è drasticamente abbassata negli ultimi anni. Questo dovrebbe far riflettere però sui motivi che spingono i giovani di oggi a farsi abitare dal male. Non c’è più un’attenzione e manca una misurazione delle conseguenze delle proprie azioni, vince l’istinto, il momento di non lucidità. Detto questo, ci sono tanti tipi di povertà all’interno del carcere, tanti tipi di persone”.

    Ci spieghi meglio.

    “C’è un grande numero di poveri senza fissa dimora, divorati dalla tossicodipendenza, dall’alcol e dalla vita di strada che entrano ed escono continuamente. Per alcuni di loro in realtà davvero il carcere diventa una salvezza. Tanti nel periodo in cui restano dentro riprendono a vivere in maniera dignitosa, mangiano tutti i giorni, si lavano, stanno lontano dalle dipendenze, dormono in un letto, ritrovano speranza. Il ritorno fuori per loro è una continua sfida alle loro fragilità: e molto spesso il lavoro fatto, anche grazie all’aiuto di tutto il personale (sanitario e non) che vive il carcere, tornando per strada diventa in poco tempo nullo. E ripetono i vecchi errori. Ci sono poi tante brave persone, che fino al momento prima avevano vissuto una vita dignitosa, con un lavoro stabile, una famiglia, e che in un attimo di totale blackout hanno fatto cose indicibili a persone care, alla propria famiglia. Un eccesso di frustrazione dovuto a mille fattori ha permesso loro di far vivere e vincere il male dentro di loro”.

    Riesce sempre ad ascoltare chi ha di fronte senza giudizio?

    “Parto intanto dal presupposto che io sto andando dentro quelle mura perché un altro mi sta chiedendo di essere portato lì. La cosa che poi faccio è di avvicinarmi alle persone, non ai reati che hanno commesso. La maggior parte delle volte non li conosco neanche, li vengo a sapere solo quando loro decidono di dirmeli. Ci sono poi i nomi che leggi sui giornali, di persone che hanno commesso crimini indicibili. Lì ovviamente c’è una fatica maggiore nel non cercare di arrivare con pregiudizi o giudizi. Quando li incontro cerco di vederli, appunto, come persone molto più grandi di quello che hanno commesso, perché in loro c’è una vita prima e una vita dopo. Quando posso incontro anche le famiglie, sia dei carcerati, che di chi è vittima. Attraverso il dialogo si accoglie quello che ti danno”.

    Don Stefano Casamassima

    Nel dialogo con il sacerdote secondo lei cosa cercano?

    “I loro racconti hanno sempre tanto dietro: c’è il senso di colpa verso le vittime, verso i propri cari; c’è la sofferenza per le privazioni del carcere, l’attesa e la speranza. C’è poi il desiderio di bene, di vita che piano piano torna a farsi forte in loro. Alcuni lo sognano come una cosa lontana, che non sai neanche che cos’è. Altri lo sognano come una cosa su cui investire energie, tempo, dedizione. Chi decide di impegnarsi, grazie a percorsi di recupero con psicologi, dottori, psichiatri, oppure attraverso lo studio o il lavoro, e inizia ad affrontare davvero quello che ha fatto. Chi approfondisce di più soffre di più, perché deve rendere per primo conto a se stesso delle proprie azioni, e affrontare una presa di coscienza del reato commesso. La fatica quotidiana, attraverso appunto dei lavori che si possono fare all’interno del carcere, permette di affrontare la pena con maggiore lucidità e con un senso di riscatto. Chi affronta poi questo tipo di percorso vive nel desiderio di riconciliazione con chi è fuori, o con chi ha subito il suo gesto. Nascono quindi delle lettere che rimangono a volte non scritte, perché magari si è in una fase processuale di giudizio e tutto può peggiorare la situazione. Le scuse vengono quindi rimandate e si crea questo stato d’animo di attesa, di dolore e senso di colpa”.

    E chi ha di fronte lunghe detenzioni?

    “Cosa posso fare se magari ho oltre 20 anni di carcere davanti a me? Chi decide di impegnarsi in questo processo di cambiamento lo fa anche per lasciare un’immagine diversa alla propria famiglia, oltre il reato. Questo processo è possibile grazie alla passione e alla professionalità di tanti che vivono il carcere: dottori, istituzioni, ma anche tanti volontari che ogni giorno cercano di dare ai carcerati dignità. Ci sono infatti tante situazioni nelle quali la persona che è stata arrestata, per esempio, si trova priva di tutti quelli che sono i beni primari per rimanere in carcere, a partire da vestiti di ricambio o prodotti per l’igiene personale. Spesso però fuori non c’è nessuno da poter chiamare per farseli portare, o semplicemente ne sono sprovvisti anche fuori. Ecco che entrano in campo i volontari, a partire dalla Caritas, che fanno per loro commissioni, che portano loro il necessario per vivere in maniera dignitosa”.

    Come si esce dal carcere?

    “Con la consapevolezza che inizia una vita dopo il reato commesso che li metterà alla prova ancora di più; perché se vorranno davvero riscattarsi, dovranno impegnarsi il doppio per dimostrare il loro valore. Per tutti coloro che dovranno accogliere questi individui, come tutti gli “estranei” del mondo che arrivano ad incrociare le nostre vite, ricordiamoci sempre che ogni storia ha una storia più ampia dietro. E soltanto se si cerca di guardare chi abbiamo di fronte, come persona, potremmo riuscire a rialzarci dalla sofferenza che ogni giorno circonda le nostre vite”.

    Veniamo infine a San Pancrazio, a due iniziative proprio a sostegno dei bisogni di coloro che, poveri, vivono nel carcere di Sollicciano.

    “La mia esperienza nel carcere di Sollicciano, come tutte le mie esperienze di vita, ritengo che sia fondamentale condividerla con chi mi sta intorno. Questo scambio crea poi dei gesti, delle nuove attenzioni e delle azioni per prendersi cura di chi ha bisogno. Ecco che sabato 11 aprile un gruppo di genitori con i propri figli si occuperà di fare a mano dei tortellini. Chi li ordinerà contribuirà a una donazione per i poveri del carcere. Insieme ai soldi, i carcerati riceveranno anche i disegni e le lettere dei nostri bambini, che potranno raccontare loro perché hanno raccolto quei soldi e che potranno entrare, attraverso i loro piccoli gesti, all’interno delle mura del carcere. Questo è importante per creare un’apertura diverse negli occhi dei bambini. Non essere indifferenti e andare oltre i pregiudizi e le diffidenze sociali, ma soprattutto andare oltre il rancore, per vivere nel perdono e nell’accoglienza. Sabato 18 aprile invece, per chi vorrà, ci sarà una cena su prenotazione qui alla Pieve, con lo stesso obiettivo: raccogliere fondi per i più poveri e avvicinarci a diverse sofferenze. Lo sappiamo, quando si parla di carcere c’è sempre una rigidità sociale, porte che si chiudono e il giudizio che non permette di andare oltre alle azioni commesse, per vedere semplicemente la sofferenza di quelle persone”.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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