GRASSINA (BAGNO A RIPOLI) – Campogialli, una frazione del comune di Terranuova Bracciolini, nell’aretino, ha voluto imprimere il ricordo di Nelio Barchi nella memoria storica di quel luogo. E di quelli che sono stati per una decina di anni suoi affezionati compaesani.
Il piccolo paesino, di circa quattrocento anime, i cui tetti lo avevano fatto innamorare tanto da sceglierlo come luogo in cui ritirarsi, ha voluto incidere materialmente il nome di Nelio nero su bianco. Intitolandogli una via.
E conoscere chi è stato e quello che ha significato per quel paese (ma non solo) aiuta a capire i valori di quel luogo.
Fiorentino, classe 1922, si spostò dalla città a Grassina con la famiglia a fine anni Sessanta, aprendo un ristorante che tutt’oggi, anche se non esiste più, ha lasciato il suo nome alla zona del paese in cui si trovava: "La Tavolozza".
Chi lo ha conosciuto lo ha definito un personaggio che esprimeva se stesso attraverso le diverse forme che assume l’arte. Questa sua fertile abilità artistica lo contraddistinse sempre, anche nel lavoro di ristoratore che portò avanti per tutta la vita insieme alla moglie Gina, rendendolo famoso anche nel mondo del calcio e della Fiorentina degli anni sessanta.
La grassinese Sonia Barchi, l’ultima tra le figlie dopo Roberta, Elisabetta e Miriam, ci racconta la sua storia: “Per ventidue anni gestì la mensa all’interno dello stadio comunale fiorentino dove incontrò anche la mamma. Lì conobbe, diventandone amico, tanti calciatori come Brizzi, Robotti, Castelletti, Sarti alcuni dei quali furono anche nostri padrini di battesimo. Amava pitturare e per ogni squadra che veniva in trasferta a Firenze realizzava dei quadri che ritraevano al centro un pallone da calcio, su cui i giocatori apponevano le loro firme”.
“Era diventata ormai una consuetudine – ricorda – Successe anche per il grande Torino, prima di Superga, che inspiegabilmente fu l’unica squadra i cui giocatori non firmarono i loro nomi all’interno dell’immagine del pallone. Tutte le firme furono fatte al di fuori”.
Poi per trent’anni gestì il ristorante grassinese dal nome inequivocabile, connubio d’arte e di genuinità: nel tempo riempì la sala di ricordi con dipinti e tovaglioli appesi alle pareti con le dediche lasciate dai clienti. Tanti di loro erano ancora calciatori che tornavano a trovarlo.
Poliedrico, eclettico, uomo realizzato e felice, scrisse anche un libro per bambini il cui protagonista principale era Vetrocchio, burattino di vetro.
“Persona altruista, attiva e piena di vita – ci racconta ancora Sonia – si immerse nella tranquillità di Campogialli quando ormai non aveva più il ristorante. Credendo nella comunità sentiva di dover portare il suo contributo, si rese sempre disponibile per chi avesse avuto bisogno e presente attivamente nella quotidianità del paese. Oltre ai tanti quadri realizzò anche un presepe per il teatro del paese, fatto con i suoi preziosi fiaschi di vino”.
“Uomo severo all’occorrenza ma anche molto aperto – conclude la figlia – Ci insegnò a rispettare sempre le idee di tutti, per noi figlie è sempre stato un esempio di vita. Quella targa in quella via crediamo sia perché è riuscito a perseguire i suoi sogni senza mai abbandonare la sua passione artistica”.
Il suo nome adesso è là, scritto in alto all’incrocio di due strade nel piccolo paese che fu anticamente proprietà della nobile famiglia dei Pazzi. E ricorda l’uomo e consacra l’artista.
di Silvia Rabatti
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