domenica 29 Novembre 2020
Altre aree

    La matematica del virus e le scelte politiche. Inquinate (purtroppo) dalla ricerca del consenso

    E' vero che la politica ha l'onere (e l'onore) di fare sintesi prima di prendere decisioni. Ma è altrettanto vero che nel caso specifico della pandemia da Covid-19 c'è poco da sintetizzare...

    Basta parlare con chi ha un minimo di cognizione medica o matematica (o entrambe) per farsi ripetere la stessa cosa.

    Se avessimo dovuto seguire le vere logiche del Covid-19 e della progressione del contagio (ma soprattutto delle ospedalizzazioni, delle terapie intensive e dei morti) in Italia avremmo dovuto fare un lockdown duro a inizio ottobre, quando è parso chiaro a tutti che il binario di una seconda ondata molto violenta era stato imboccato.

    Invece no. Si tentenna, ancora oggi, con categorie economiche e sociali che chiedono aperture serali (domanda ingenua: siete sicuri che in caso di aperture ci sarebbe “giro”, un senso economico insomma?).

    La situazione politica nelle società occidentali, democratiche, del resto è la stessa più o meno in tutte. Restiamo all’Europa: Francia, Spagna, Italia, Gran Bretagna le possiamo mettere sullo stesso piano.

    Guide politiche dai consensi molto ballerini, labili, da sondaggi a settimane alterne.

    Leggermente diversa la situazione della Germania, anche perché c’è un’Angela Merkel a fine corsa dal punto di vista politico. Quindi (anche) un po’ più libera da quello decisionale (anche se, allo stesso tempo, limitata dai lander, le nostre Regioni).

    Ma da noi no. Da noi le decisioni vengono prese tutte, tutte, in base a una ricerca del consenso. A livello nazionale e, a cascata, regionale (e in mezzo a tutto ciò ci sono state pure le elezioni per il rinnovo di giunte e governatori, quindi…).

    E’ vero che la politica ha l’onere (e l’onore) di fare sintesi prima di prendere decisioni. Ma è altrettanto vero che nel caso specifico della pandemia da Covid-19 c’è poco da sintetizzare.

    Una volta presa coscienza della matematica del virus, del fatto che non siamo (e non potremo mai essere) un Paese asiatico (né come uso della tecnologia, né come capacità di imposizione delle norme da un lato e di rispetto delle stesse dall’altro, aggiungiamo però che in molti casi “loro” non sono “noi” in quanto a democrazia e libertà individuali) ci sarebbe solo una strada.

    Chiudere il più possibile, nei tempi giusti, dando ristoro alle persone e alle imprese in base all’incidenza delle misure sulle loro attività. E, aggiungo, sul loro storico dichiarato al fisco.

    Comprendo benissimo le proteste di ristoratori, baristi, pizzerie, proprietari di piscine, di palestre, di cinema… .

    Ma la nuda e cruda realtà del virus è oggi, 29 ottobre 2020, questa: non ci sono cure. Non ci sono vaccini. C’è solo la distanza fra le persone a renderlo meno aggressivo e, soprattutto, contagioso. E distruttivo.

    C’è da tenere duro, tutti insieme, almeno fino a fine marzo. Poi speriamo che l’arrivo di vaccini efficaci (la cui distribuzione su larga scala non sarà certo immediata) e, soprattutto, di anticorpi monoclonali, sancisca l’inizio della riscossa.

    Non possiamo ovviamente pensare a una spirale infinita di una situazione come questa. Dobbiamo avere sempre più fiducia nella scienza. L’orizzonte che pongono in molti è quello: fine marzo, inizio aprile. E quello voglio tenere anch’io come momento di svolta.

    Ma mancano cinque mesi. Cinque mesi. Cinque mesi. Cinque mesi. 

    Non entro volutamente nel tema di quel che si poteva fare. Tali e tanti sono gli aspetti anche grotteschi che si potrebbe star qui per settimane. Trasporti pubblici, organici dei medici, degli infermieri, degli operatori sanitari, organizzazione ospedali, diagnostica… . 

    Dico solo una cosa: chi pensava che l’Italia, in cui la tendenza è quella di studiare la mattina dell’interrogazione, diventasse d’improvviso organizzata, agile, lungimirante, beh… forse aveva preso un po’ troppo sole in un’estate, quella del 2020, in cui il sole ha dato fastidio a molti (e anche qui non voglio entrare nelle polemiche dell’estate fuori controllo, anche perché ormai è il passato).

    In tutto ciò nostra Toscana mi sembra molto in sofferenza. Molto più della prima ondata. In modo preoccupante.

    Così come mi sembra che l’approccio del neo presidente Eugenio Giani sia un po’ troppo soft, nel non allarmare, nel “si fa tutto per gradi”. 

    Scelta sacrosanta, per carità, mi par di capire anche e soprattutto per salvaguardare quel che si può salvaguardare delle attività ospedaliere extra-Covid. Ma da più parti ormai si alzano voci di allarme rosso. E le terapie intensive toscane sono, ad oggi, fra le più stressate del nostro Paese. Spero, ovviamente, di sbagliarmi.

    Non ho soluzioni ideali da proporre. Le soluzioni ideali non esistono. Ma la scienza (quella vera) dice una cosa in modo univoco: chiudere il più possibile. Prima possibile. 

    Noi, invece, andiamo a colpi di Dpcm “progressivi”, già vecchi appena pubblicati in Gazzetta Ufficiale, inesorabilmente anticipati dalla matematica del virus. Che non è soggettiva. Che non discute. Mette un numero dietro l’altro, esponenzialmente.

    Perché, purtroppo, per prendere decisioni impopolari la politica in Italia (ma come ho detto, non solo) ha bisogno del limite. Anzi, di superarlo. Del dramma. Del non doversi confrontare con mille tavoli e interessi contrapposti essendo paradossalmente agevolta in questo dalla realtà ineludibile.

    Avrà, purtroppo, bisogno di bare. Ancora più bare di quelle che registriamo oggi. Di terapie intensive ancora più piene. Di pronto soccorso ancora più intasati. Dell'”ora non ne possiamo più fare a meno”. 

    E quindi? Chiusura dura, al massimo possibile. E tutti a casa. Anche perché molte aperture lasciate (o richieste) in una fase drammatica come questa (e molto più drammatica che ci aspetta) sono semplici palliativi (il medico pietoso fa la piaga purulenta…).

    Eccezione scuole? Proviamoci: salvaguardare forse asili, elementari e medie in presenza. Ovvero quegli ordini scolastici in cui il controllo, interno, esterno e sul trasporto, è fattibile. E che rappresentano più una sentinella del virus che luogo di esplosione di contagio. Didattica a distanza per superiori e Università.

    Valutare fra i pubblici esercizi, chi in questa “pausa-reset” (un mese, un mese e mezzo?) può rimanere aperto. E non tanto per i rischi interni, quanto (anche) per la movimentazione che crea.

    E lavorare (per davvero!) in questo mese, mese e mezzo, per aumentare le capacità diagnostiche, di tracciamento, rinforzare organici e strumentazioni ospedaliere. Ma soprattutto la ormai mitologica “medicina territoriale”, citata un po’ da tutti.

    Perché quando si arriva in ospedale si è ormai perso. Sotto tutti i punti di vista. In particolare quello della prevenzione: perché il nostro impegno, vero, totale, pervasivo, deve essere nel non ammalarci e nel non contagiare. Con l’aiuto di tutti. Aiutandoci tutti.

    Poi ripartire, senza pensare a cenoni di Natale o capodanno (pensate che nel ’41, ’42, ’43… ci pensassero?) ma solo alla sostenibilità delle riaperture. Nei tempi giusti. Nei modi giusti. Senza dimenticare che una terza ondata entro la primavera sarebbe del tutto possibile.

    E darsi, come priorità vera, quella di sostenere persone e attività danneggiate fino al 31 marzo 2021 (la linea del fronte è lì). Fino a quella deadline che tutti vogliamo pensare possa essere la partenza di una corsa nuova, di una riscossa.

    C’è stato da soffrire. C’è da soffire. Ci sarà da soffrire. C’è da sopravvivere, dal punto di vista sanitario ed economico. Cercate di stare bene. Per voi e per tutti. E vorrei anche che una volta, perché quel giorno arriverà, in cui si capirà che possiamo davvero mettercela alle spalle, ci si possa guardare negli occhi.

    Ma mancano cinque mesi. Cinque mesi. Cinque mesi.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA 

    Sostieni il Gazzettino del Chianti

    Il Gazzettino del Chianti e delle Colline Fiorentine è un giornale libero, indipendente, che da sempre ha puntato sul forte legame con i lettori e il territorio. Un giornale fruibile gratuitamente, ogni giorno. Ma fare libera informazione ha un costo, difficilmente sostenibile esclusivamente grazie alla pubblicità, che in questi anni ha comunque garantito (grazie a un incessante lavoro quotidiano) la gratuità del giornale.

    Adesso pensiamo che possiamo fare un altro passo, assieme: se apprezzate Il Gazzettino del Chianti, se volete dare un contributo a mantenerne e accentuarne l’indipendenza, potete farlo qui. Ognuno di noi, e di voi, può fare la differenza. Perché pensiamo che Il Gazzettino del Chianti sia un piccolo-grande patrimonio di tutti.

    Leggi anche...