SAN CASCIANO – Dopo i grandi festeggiamenti collettivi delle scorse settimane, il proposto della Collegiata di San Cassiano, don Massimiliano Gori, racconta al Gazzettino del Chianti i suoi 25 anni di sacerdozio vissuti interamente nelle comunità di San Casciano.
Un ministero iniziato nel 2001 e condiviso con generazioni di famiglie e giovani.
Don Massimiliano, come è arrivato a San Casciano?
“Il 24 giugno 2001 il nuovo arcivescovo di Firenze, Ennio Antonelli, che ci aveva ordinati sacerdoti pochi giorni prima, ci comunicò le nostre destinazioni. Fui molto felice di essere assegnato come vice parroco a San Casciano perché, dopo i sette anni di seminario, tornavo nella mia terra: sono, infatti, originario di Montefiridolfi. Il compito affidatomi era quello di favorire l’unione tra le parrocchie della Propositura e di Argiano, dedicandomi in particolare ai giovani”.
Che ricordo ha del suo arrivo in parrocchia?
“Arrivai il 13 agosto 2001, nel giorno della festa del patrono. Fui presentato alla comunità durante una Messa concelebrata con don Renzo e don Luciano. Ricordo quel momento con emozione: iniziava una nuova avventura pastorale che avrebbe segnato tutta la mia vita sacerdotale”.
Quali sono state le prime sfide e le prime iniziative?
“I primi anni sono stati molto intensi. C’erano entusiasmo e grande voglia di fare, anche se all’inizio era naturale che ci fosse un po’ di diffidenza reciproca. Insieme a catechisti e ragazzi abbiamo iniziato a proporre tante attività: già dalla prima estate è nato l’oratorio estivo ad Argiano e in seguito abbiamo organizzato tre campi scuola. Sono state esperienze che hanno coinvolto tante famiglie e tanti giovani”.
Che significato ha avuto il lavoro con i ragazzi?
“È stato fondamentale. Ho visto crescere intere generazioni: alcuni dei ragazzi di allora oggi sono genitori e continuano a partecipare alla vita della parrocchia. Per altri spero che siano rimasti almeno il ricordo e il valore delle esperienze condivise”.

Nel 2006 è arrivato anche l’incarico a Decimo. Che periodo è stato?
“Quando sono diventato amministratore parrocchiale di Decimo si è aperta una nuova fase del nostro cammino. L’oratorio ha iniziato a riempire il piazzale della chiesa e questo mi fa tornare in mente un episodio che raccontava Renzo, il custode di Decimo. Quando don Gino era ormai anziano, qualcuno temeva che dopo di lui la parrocchia sarebbe stata dimenticata. Lui rispondeva scherzosamente: “Vedrai quanti bambini ci saranno su questo piazzale!”. Ancora oggi quella sorta di profezia ci incoraggia nel nostro impegno”.
Perché attribuisce tanta importanza all’oratorio?
“Perché è uno strumento prezioso. Attraverso l’oratorio siamo riusciti a coinvolgere persone, avvicinare famiglie e creare legami tra tanti ragazzi. È stato uno dei mezzi più efficaci per costruire comunità”.
Oltre all’oratorio, quali aspetti della vita parrocchiale considera più significativi?
“Seguendo l’esempio di don Renzo, abbiamo sempre dato grande importanza alla Messa e alla cura della liturgia, che resta il modo più bello per incontrarci tra noi e con Dio. Accanto a questo ci sono stati gli spettacoli teatrali, i pellegrinaggi in Terra Santa, l’impegno nel circolo Acli e molte altre attività, tutte rese possibili dalla generosità di tante persone”.

Nel 2008 è diventato parroco di San Casciano. Come ha vissuto quel passaggio?
“Fu una decisione del vescovo, che chiese a don Renzo di ritirarsi e a me di assumere il ruolo di parroco. All’inizio per lui non fu semplice, ma poi comprese che era una buona soluzione. Ha continuato a vivere e a celebrare qui fino a due anni fa e tutto è proseguito con grande naturalezza”.
Dopo tanti anni, come descriverebbe la sua esperienza da sacerdote a San Casciano?
“Se me lo chiedessero con una battuta, risponderei: “Facile”. Naturalmente non sono mancati momenti di stanchezza e difficoltà, come accade in ogni comunità, ma ho sempre sentito un clima di collaborazione e sostegno”.
Quanto è stato importante il contributo degli altri sacerdoti e seminaristi?
“Moltissimo. Ho avuto la fortuna di condividere il cammino con diversi seminaristi e giovani sacerdoti. Ricordo con affetto don Saji, don Crispino, don Bledi, don Jomy, don Francesco e oggi don Marco. La loro presenza è stata un grande dono”.
Come avete affrontato gli anni della pandemia?
“Il Covid è stato una prova molto dura per comunità che vivono di relazioni e di vicinanza. Abbiamo dovuto reinventarci e trovare modi nuovi per restare uniti. Terminata l’emergenza, siamo ripartiti quasi da zero, soprattutto con ragazzi e adolescenti che nel frattempo si erano un po’ allontanati”.
Che cosa prova oggi, guardando a questi venticinque anni di sacerdozio?
“Per me i venticinque anni di sacerdozio coincidono con i venticinque anni trascorsi a San Casciano. Guardandomi indietro penso alle tante persone incontrate lungo il cammino, comprese quelle che oggi non sono più tra noi ma che continuano a far parte di quella Comunità eterna che dà senso a tutto. Vivo questo momento con profonda gratitudine verso Dio, verso le comunità che mi sono state affidate e verso la mia famiglia”.
E guardando al futuro?
“Non sappiamo cosa il Signore ci chiederà nei prossimi anni. Cercheremo di scoprirlo passo dopo passo e di continuare a seguirlo insieme, come comunità”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA




































