PONTE A NICCHERI (BAGNO A RIPOLI) – Durante la mattinata di sabato 16 settembre, presso il reparto di nefrologia-dialisi dell'ospedale Santa Maria Annunziata a Ponte a Niccheri, si è tenuta la commemorazione di Giuseppe Insinga, organizzata da Cristina Insinga, figlia dell'ex paziente, scomparso da più di un anno.
Un'iniziativa e, soprattutto, "una festa”, secondo le intenzioni di Cristina, rivolta in particolare a tutti i pazienti, agli infermieri e ai medici del reparto, tra cui il primario, il dottor Pietro Claudio Dattolo, insieme ai quali hanno festeggiato anche il presidente dell'ANED Giuseppe Vanacore, arrivato proprio per l'occasione dalla Lombardia, il segretario dell'ANMIC Enrico Crescentini e il segretario per la Toscana dell'ANED Carlo Alberto Garavaldi.
Cristina, gli ospiti, e alcuni amici di reparto hanno rinnovato la memoria di Giuseppe con parole cariche di commozione, ricordando il suo carattere “spiritoso e autoironico”, secondo una delle infermiere, la dedizione alla famiglia e al lavoro, il suo costante attivismo politico in difesa dei più deboli, la sua lotta contro la malattia e le numerose difficoltà incontrate con la dialisi. Ecco un accenno alla lunga storia di un uomo, che ha molto da raccontare:
Giuseppe ha compiuto diciotto anni, nel '68, quando è dichiarato invalido civile in seguito a un grave incidente stradale (scampa per poco all'amputazione di una gamba).
Ma la tenacia e la vitalità, proprie del suo carattere, non lo lasciano abbattere dall'invalidità, che peggiora ulteriormente nell'83, quando gli è diagnosticata per la prima volta l'insufficienza renale.
In quell'anno, infatti, viene ricoverato per nefrite, un'infiammazione dei reni, che a causa di complicazioni sopraggiunte durante la cura, lo costringerà al trattamento della dialisi. Da qui ha inizio il vero e proprio calvario che lo accompagnerà per gran parte della sua vita.
“Agli inizi della cura gli appuntamenti per lui erano fissati all'ospedale di San Gimignano – spiega Cristina – a quel tempo la provincia di Firenze non possedeva i macchinari necessari per i trattamenti”.
Tre volte a settimana, dunque, Giuseppe guidava con la sua macchina da San Polo, paese dove risiedeva con la famiglia e distante un'ora circa dall'ospedale, per sottoporsi ad un trattamento di quasi sette ore.
Dopo tre anni di lunghi viaggi e sedute sempre più estenuanti (“come zappare un campo sotto il sole tutto il giorno”, scherzava con i familiari), finalmente nell'86, già iscritto in molte liste di attesa per subire un trapianto renale da donatore sia in Italia che all'estero, la sua richiesta è accettata dall'ospedale di Genova; da questo momento Giuseppe Insinga risulta la prima persona ad aver subito un trapianto di reni in provincia di Firenze.
Ma nel corso dei dieci anni successivi il progressivo deterioramento dei nuovi reni ha reso necessario un ulteriore trattamento di dialisi nei nuovi reparti della provincia (prima a Villa Monna Tessa e poi a Ponte a Niccheri), al quale si è sottoposto “in condizioni – dice Cristina – sempre più logoranti” (la dialisi, infatti, col passare del tempo, consuma il sistema cardiocircolatorio, con conseguenti danni alla circolazione), fino ad un nuovo trapianto – e ultimo prima del decesso- nel 2007.
In dono ai pazienti del reparto di Ponte a Niccheri, che ogni giorno, come ha fatto Giuseppe per trentatré anni, continuano a lottare con speranza contro la malattia, la famiglia Insinga lascia una piccola scultura simbolica in rame raffigurante una calla con una pietra d'ambra tra i suoi petali (la vita), alla quale tende una farfalla in volo (il paziente).
Alla base è inciso il motto dello stesso Giuseppe: “Combatti per la tua vita straordinaria”.
di Cosimo Ballini
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