giovedì 16 Luglio 2020
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    “Chianti: la fine della mezzadria, dello sfruttamento, e la cura della campagna”

    "Il contadino era un semplice esecutore di ordini e ricattabile col "San Martino" la disdetta dal podere; e questa era la cosiddetta... civiltà contadina"

    In questi giorni leggiamo sul Gazzettino del Chianti due interventi relativi all’economia e al paesaggio del Chianti da parte di Antonio Nunzi Conti e Paolo Saturnini relativamente al mantenimento del bel paesaggio e alla sostenibilità dei costi di tale mantenimento.

    Sono nato in una famiglia contadina che a fine Ottocento avevano podere nella fattoria Cappelli a Montagliari (Greve) e poi trasferitisi nella pieve di Campòli (Mercatale) continuando tale attività fino allo scioglimento della mezzadria (1963).

    Con tale legge cessavano i rapporti con la famiglia colonica e i casi erano: la conduzione diretta dall’azienda o la cessione in affitto.

    In quasi tutto fu attuata la conduzione diretta che portò allo stravolgimento del paesaggio romantico, caro Saturnini, con lo sradicamento di oliveti e sbancamento di territori per impiantarvi  i vigneti monoculturali, raramente furono reimpiantati olivi.

    Allora, fine anni 1960/1970, venivano messe a dimora le barbatelle “americane” che dovevano essere innestate sul posto, con l’ausilio di manodopera ex contadina trasformatasi in operai agricoli a giornata o fissi, comunque andavano pagati.

    Non come quando erano mezzadri, che per contratto dovevano impegnare tutto il nucleo familiare al mantenimento del podere a cui erano legati, anche con opere di difesa dei suoli, come pulitura dei fossetti di scolo,e opere a compenso come rifacimento di muretti a secco e mantenimento di fossi maggiori.

    Compensi che quasi mai venivano pagati in contanti perché il contadino raramente era in credito allo “scrittoio” e quei pochi soldi finivano nella contabilità della famiglia colonica.

    Ogni mezzadro doveva sottostare al dettame del fattore che pianificava le semine e controllava i poderi (e i contadini) attraverso l’organizzazione della fattoria, coi sottofattori e i guardia caccia nelle fattorie maggiori.

    Il contadino era un semplice esecutore di ordini e ricattabile col “San Martino” la disdetta dal podere; e questa era la cosiddetta “Civiltà contadina” (vedere e leggere il contratto di mezzadria stampato nell’interno di coperta  del libretto colonico del 1934).

    Nunzi Conti è realistico, ci dice che se non riesce a vendere il vino non avrà i soldi per far potare gli ulivi, perché non ci sono più i mezzadri da intimorire con San Martino, ma operai da pagare con soldi veri.

    Hanno ragione entrambi, uno da amministratore di cosa pubblica, l’altro da imprenditore che deve fare i conti col bilancio dell’azienda.

    Ci sarebbe da fare una riflessione sui percettori del reddito di cittadinanza i quali hanno varie opzioni per prestare la loro opera e fino a ora non credo siano molti quelli che hanno avuto posti di lavoro. Potrebbero essere utilizzati presso servizi di mantenimento paesaggistico, ma a ciò non sono riusciti nemmeno a utilizzare i richiedenti asilo… .   

    Ricordo gli anni ’50 del secolo scorso quando il caro Amintore Fanfani creò il suo progetto di occupazione dando 500 lire al giorno ai disoccupati del tempo in cambio di prestazione in opere  pubbliche, a Firenze fra le altre cose fu costruita l’attuale piazza Tasso in San Frediano.

    A quel tempo ero apprendista in via della Chiesa e ricordo che dove ora c’è la piazza c’erano gli impiantiti delle case distrutte dalla guerra.

    Quegli operai lavoravano (piano) di piccone, pala e carriola. Erano altri tempi; meno romantici ma con la speranza di andare avanti migliorandoci, e così fu! 

    P.S. Col Piano Fanfani nacque una storiella che era: gli operai chiedevano quasi tutti la pala, e alla domanda, perché? La risposta era… per appoggiarmi meglio, il piccone ha il manico corto!

    R.B.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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