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venerdì 9 Dicembre 2022
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    “L’Orcio”: l’azienda che fa il vino dentro un orcio di terracotta

    PANZANO (GREVE IN CHIANTI) – C’è un’azienda sulle colline panzanesi dove il vino lo si fa in un… orcio di terracotta. Da qui anche il nome, “L’Orcio”: ma andiamo con ordine.

    I proprietari (lui americano, lei tedesca) hanno preso l’azienda agricola nel 1999 e per dieci anni affittavano la vigna a un’azienda vicina. Nel 2009 hanno deciso di prendere in carico loro stessi la vigna, prendendo Diego Ciurletti (enotecnico) e Alessandro Gemini (perito agrario). Alyson Morgan, enologa, laureata all’Università di California, si occupa invece della gestione. Sono partiti da zero sia dal punto di vista burocratico, acquisto di macchinari, vigneto. Basta pensare che la cantina era una…limonaia.

    “L’azienda – ci raccontano Alyson, Diego e Alessandro, che incontriamo nella splendida azienda che guarda verso la Conca d’Oro panzanese – ha 4,2 ettari, di cui 1,29 di vigna, 2,2 ettari di olivi. Si è iniziato un grande lavoro, la prima annata è stata quella del 2010. Da quest’anno in commercio il Chianti Classico del 2010. La vigna era stata impiantata e abbandonata nel 2006”.

    Sangiovese, Merlot e Colorino sono i tre vitigni. Il Chianti Classico ha una percentuale del 95% Sangiovese e 5% Merlot per quanto riguarda la prima annata prodotta, il 2010. Per il 2011 i tagli finali devono essere fatti, comunque il Sangiovese sarà oltre l’85%.

    “I proprietari – proseguono i tre – sono appassionati di vini e in particolare di vini panzanesi: per anni hanno preso vino della Conca d’Oro. Per loro quindi è una grande soddisfazione aver prodotto il loro vino. Adesso vivono a Singapore: lui lavora per una grande azienda di consulenza a livello internazionale, lei è scrittrice e vuol fare la sceneggiatrice di film. Si sono conosciuti a Oxford, hanno quattro figlie. Da settembre lui prenderà un anno di sabbatico e pensiamo satrà molto più spesso qui”.

    L’idea è quella di “creare un vino che si possa vendere tutti gli anni senza che rimanga in cantina a un alto livello qualitativo. Visto che lui è consulente aziendale, e quindi sa far bene i calcoli, vorrebbe creare un’azienda che si sostiene con vino, olio e agriturismo”.

    Anche perchè parliamo di una micro-azienda, in cui a regime  non si potrà farre più di 4.000 bottiglie. Quindi la qualità è, obbligatoriamente, una parola d’ordine. Per la commercializzazione si guarda agli Usa e a Singapore. Una curiosità: i vini de L’Orcio sono nel circuito dei “wine club” del New York Times, il prestigioso quotidiano della Grande Mela. Oppure ci sono rapporti con i grandi alberghi: “Lavoriamo tanto con il Four Season’s ad esempio”.

    Ed eccoci però… all’orcio: “Rientra nella storia del vino – spiegano – perchè qui si fermentava il vino nelle anfore di terracotta di Impruneta. Facciamo delle vinificazioni particolari. L’uva viene scelta nel campo: ai primi di maggio facciamo la selezione dei germogli (rischiando su gelate tardive e su grandinate eventuali). In questo modo di portano a casa 4, massimo 5 grappoli per pianta, perfettamente sani. In cantina si diraspa, si pigia e si va in vasca con una pompa peristaltica in modo da non fare andare l’uva a contatto con parti meccaniche come quelle di ferro, che possono cedere delle sostanze che ossidano i profumi e la tipicità dell’uva che abbiamo in questa zona”.

    Il processo prosegue: “L’uva viene messa in anfore da 5 ettolitri: dentro non c’è niente, sono solo di terracotta. In questo modo si ha una macro-ossigenazione più alta in fase di fermentazione: si tirano fuori dei profumi, abbinati a una macerazione pre-fermentativa a freddo con ghiaccio secco, portando l’uva a 8-12°C per 12-24 ore, che a fine fermentazione vengono fuori in modo netto. Frutti rossi tipici di un Sangiovese perfettamente maturo: è chiaro che sono cose che ci possiamo permettere di fare vista l’esiguità delle quantità”.

    Ma non è finita: “Poi si fa una macerazione post fermentativa a caldo, facendo scorrere dell’acqua calda sull’anfora: si porta il vino con le bucce a 32°C circa, temperatura ottimale per estrarre la sua “morbidezza”. Poi il vino finito viene lasciato in vasca o in anfora per 5-6 giorni e si passa subito in barrique nuova per fare il “malico”, la fermentazione malolattica: così si fissa il colore, si fissano le sostanze profumate e si affina il legno per poi metterci il vino finito. Il legno perde la sua “punta verde”, ti fissa il colore senza marcarti il vino”.

    Ci portano in cantina, mostrandoci la nuova anfora fatta realizzare a Arte Nova di Impruneta: tutta progettata in proprio, compreso il coperchio in acciaio. Poi andiamo fuori, su una piccola terrazza costruita a bordo vigna: e qui, a sedere, godiamo il panorama che degrada verso la Conca d’Oro. In questa piccola azienda panzanese che fa il vino… nella terracotta!

    Matteo Pucci

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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