SAN CASCIANO – Ci sono persone nei paesi che hanno lasciato un bel ricordo dopo la loro scomparsa, in particolare in chi ha avuto l’opportunità di conoscerli, di condividere momenti felici.
Ed ecco che ha distanza di 100 anni dalla nascita di Alviero Bartoli, pittore nato a Firenze il 9 novembre 1921 e morto a Mercatale il 14 giugno 1999, e a 20 anni dalla morte di Alfiero Canzani, poeta, paroliere nato a Mercatale il 23 febbraio 1934 e morto a Impruneta il 15 dicembre 2001, c’è chi vuole fare un ricordo di questi due amici.
E’ Alessandro Lavacchi: “Se si guarda bene – racconta Alessandro – oggi queste persone, così particolari, non esistono più nei paesi. Ed è per questo che ritengo giusto ricordarli anche alle nuove generazioni”.
Partiamo allora da Alviero Bartoli.
“Era un autodidatta – comincia Lavacchi – iniziò a dipingere nella carrozzeria dove lavorava in via Borgo Sarchiani a San Casciano, certamente sotto l’influenza di amici. Fra questi il pittore Tito Sardelli, che abitava a due passi dalla carrozzeria”.
Ricorda alcune sue opere?
“La prima rappresentava il panorama delle Dolomiti, la dipinse con vernici usate in carrozzeria. Ebbe dei meritevoli consensi, tanto che fu stimolato a partecipare a premi di pittura e concorsi estemporanei. Uno dei primi premi l’ottenne a Mercatale al Premio di Pittura La Piazzetta”.
Di quali anni parliamo?
“La fine degli anni Cinquanta: le opere furono esposte in quella palazzina dove si trovavano le scuole elementari, dove oggi c’è il Centro Lotti, mentre la prima personale fu nel 1957 a Tavarnelle, presso l’Ostello del Chianti, dove ebbe un bel successo. Seguirono poi a Firenze alla Galleria Lo Sprone (1960), Galleria Palazzo Vecchio (1964), alla Casa di Dante (1965), a Montecatini Terme Galleria Airone (1974) e a Viareggio Galleria La Zarina. Dal 1974 al 1990 ha esposto in tante mostre a Mercatale al circolo Mcl, al Circolo Arci, così come anche a San Casciano. Partecipò a vari premi: Barberino Val d’Elsa, Il Barco a Firenze, Premio Marzocco a Firenze, al Trofeo Tubertini a Bologna, Premio Castiglioncello dove vinse il terzo premio, Premio Mino da Fiesole, Premio Nazionale di Pittura a Cerreto Guidi, e tanti altri ancora”.
Dove era solito dipingere?
“Nello studio di casa, davanti a una finestra dove spaziava sulla campagna e che gli permetteva di godere appieno della bellezza dei nostri paesaggi. Ricordo di aver letto su una rivista di Roma, Reporter, una recensione che lo definiva prosecutore di Rosai, Soffici, Fattori“.
Dalla prima opera del panorama delle Dolomiti quanto è cambiato, se è cambiato nel tempo, il suo modo di dipingere?
“Non più di tanto, le sue pennellate erano quasi infantili, ricordo i “Giocatori a carte con gatto nero”, “I tre grulli sulla panca” dove siamo ritratti noi tre, “Omino seduto fra gli alberi”. Questi sono i suoi lavori “rosaiani”; poi fra un paesaggio e uno scorcio di case con gli archi vengono i quadri “surrealisti”. Quadri che venivano dal suo tormento interiore, dallo sfogo della solitudine, esprimevano la sua creatività. Alviero dipinse anche vari ritratti e autoritratti come lui in camicia rossa, “L’Astuto”, “L’Omino”, la mamma che dice il rosario sulla seggiola, la testa del padre morente”.
Che cosa dicevano di lui a Mercatale?
“Gli volevano bene, quando dipinse un grande Crocifisso che si trova in una chiesa di Fiesole raccontava: “Dicono che ho messo in croce un contadino”. In realtà sulla rivista Reporter fu scritto: “n un paesaggio aspro, ma amico in tutti i suoi scorci, si erge la figura esile e viva di Cristo””.

Un quadro cui Alviero era più affezionato?
“Penso “Il volo del passerotto”, lo considerava il… suo quadro”.
L’ultimo che dipinse?
“Fu “L’Inferno”. Prima della sua scomparsa l’ultima esperienza artistica fu la pittura sulla ceramica e sul cotto che espose nella sua ultima personale a Mercatale nell’aprile 1999 in occasione del Mercantico, dove l’allora sindaco consegnò ad Alviero Bartoli un riconoscimento alla sua vita d’artista”.
Altro ricordo da parte di Alessandro Lavacchi va al poeta e paroliere, Alfiero Canzani a 20 anni dalla sua morte.
“Alfiero – inizia – era nato a Mercatale il 23 febbraio 1934, di lui c’è una lunga lista di citazioni tratte da poesie ad articoli, a partire dal 1968 con cinque sue poesie pubblicate nell’Antologia Poeti Parolieri e Narratori d’oggi di Roma…”.
La sua vita a Mercatale?
“Nel 1975 diede vita al Centro Internazionale “Angolo della Musa”: in una bacheca posta in un appezzamento di sua proprietà denominato “Il giardino dei germogli”, a Montecampolesi, sopra Mercatale, erano affisse le opere poetiche che gli venivano spedite da tutta l’Italia”.
Aneddoti?
“Di lui ho un ricordo particolare, un episodio avvenuto a metà degli anni ’70. Eravamo di ritorno da Montecampolesi: io, Alfiero e Alviero, non erano ancora le 22. Così dietro l’invito di Alviero salimmo nel suo appartamento per bere un ultimo bicchierino. Ci accomodammo nel salottino, dove accanto al canapè c’era un vecchio mobiletto lavorato. Dove Alviero teneva dei libri di pittura, d’arte, di anatomia, e alcuni libretti di poesie. Mentre gli altri due parlavano, sfilai uno dei libretti e presi a sfogliarlo. Per puro caso m’imbattei in una poesia dell’amico Alfiero, così mi misi a leggerla a bassa voce, era bellissima! Decisi così di declamarla ad alta voce”.
Eccola.
Tu fosti
di me padre
eppur fratello,
tu fosti
la mia guida
illuminata.
Ragazzo eri
quando io fanciullo,
amico e padre
nell’età avanzata.
E quando anche
il dardo
mio verrà scoccato
e ti potrò
finalmente riabbracciare.
Quanti baci babbino mio
ti voglio dare
“Basta! Basta! gridò Alfiero – ricorda ancora oggi Alessandro Lavacchi – strappandomi il libretto dalle mani e iniziando a piangere come un bambino. Un bambino cui è stato tolto il giocattolo dei suoi sogni, la cosa più cara. Chiesi scusa e lui ripeté di nuovo: Basta!. Ero turbato, veder piangere un uomo di poco più di quarant’anni mi aveva mortificato. Presi il bicchiere di whisky dal tavolo e sorseggiai. La conversazione riprese, tutto in un attimo era tornato alla normalità nel salottino, commentavamo gli ultimi quadri del Maestro. I bicchieri erano ormai vuoti e il sonno si faceva sentire, salutammo così Alviero”.
“Io e Alfiero – continua nel racconto – attraversammo la piazza in silenzio senza dire una parola. Arrivata davanti a casa mia dissi: Generale, buona notte. Buenas noches, mi rispose lui ghignando. Di quella poesia non parlammo più. Era bella e basta, ma penso che successivamente avesse strappato sia il manoscritto sia eventuali copie dattiloscritte”.
Com’era intitolata quella poesia?
“Un fiume di lacrime, pubblicata nel 1971 in Tutta Grafica 71. Collana Panorama Artisti Contemporanei a cura di Piero Trivisano“.
Un desiderio riusciamo a percepirlo negli occhi lucidi, che brillano tra i lunghi baffi bianchi, di Alessandro Lavacchi.
Che dice se a Mercatale, magari al Centro Lotti, riuscissero a organizzare una mostra ricordo di Alviero Bartoli e Alfiero Canzani?
“Gli faremmo un grande onore e potremmo far conoscere alle nuove generazioni questi due grandi mercatalini!”.
Chissà se tutto questo si potrà realizzare nel 2022: magari proprio in quel Centro Lotti di piazza Vittorio Veneto, dove Alviero Bartoli iniziò la sua umile carriera.

@RIPRODUZIONE RISERVATA




































