Sono periodi di grande fermento quelli estivi, le scuole sono chiuse e i funzionari locali possono avviare tutti quei lavori programmati sapendo di impattare il meno possibile sulla vita dei propri concittadini, o almeno così dovrebbe essere sulla carta…
Quello che state per leggere è il racconto di un malservizio che si aggiunge ad altri subiti dagli utenti dell’asilo nido comunale di Tavarnuzze, “Pepolino”.
Voglia scusarci l’amministrazione se “non abbiamo lasciato perdere” come consigliato.
Giorno 14 luglio 2026, siamo a tre giorni dalla chiusura definitiva dell’asilo nido; il Comune ha in corso il rifacimento degli asfalti su via della Cooperazione. Verrà inoltre riasfaltata la corta rampa di accesso che porta all’ingresso vero e proprio del nido comunale.
Ore 15 circa viene steso sulla rampa un “promotore di aderenza bituminoso”: un potente collante.
L’orario è quello in cui iniziano le uscite, il collante è lì, pronto ad accoglierci, nessuno escluso, è dappertutto.
Il risultato è scritto nelle fotografie di quel pomeriggio: un piazzale interno e un pavimento in linoleum tappezzato di orme adesive di piccoli e grandi che, semplicemente non avevano altra strada per andarsene.
Raccontato a cena, l’episodio farebbe sorridere. Guardato per quello che è, è la prova plastica di un problema molto più serio di qualche scarpa da pulire: un’amministrazione capace di grande scrupolo, ma solo quando conviene.
Non è un’iperbole polemica: il cantiere di riasfaltatura di via della Cooperazione, con annessa la breve rampa d’accesso al nido, non era un imprevisto piovuto dal cielo.
Era programmato, seguito da un direttore dei lavori, sorvegliato da un Responsabile Unico del Procedimento, sovrainteso da un dirigente: tre figure che nei lavori pubblici hanno insieme il compito, e il potere, di far quadrare cronoprogramma e buon senso.
Mancavano tre giorni alla chiusura. Tre giorni.
Sarebbe bastato spostare l’applicazione del promotore di settantadue ore, oppure destinare l’impresa a uno dei tanti altri fronti aperti in questi mesi a Tavarnuzze, e il problema sarebbe semplicemente scomparso dall’agenda.
Non serviva un articolo: serviva qualcuno disposto a prendersi la responsabilità di dire “aspettiamo”.
Chiunque abbia mai avuto a che fare con un cantiere sa che la convivenza fra lavorazioni e utenza non è un dettaglio da manuale, è la prima valutazione da fare prima di aprire un fronte in un luogo frequentato da terzi.
Quando i terzi sono bambini fra uno e tre anni, la soglia d’attenzione dovrebbe salire.
Qui si è scelto invece l’orario più affollato della giornata per stendere una sostanza collante, in un edificio che di lì a poco avrebbe accolto proprio le persone che ci avrebbero camminato sopra.
Il paradosso è che a pagarne il conto, alla fine, sarà la stessa amministrazione, costretta a organizzare la pulizia straordinaria dei locali interni ed esterni che, senza quella scelta scellerata, non sarebbe mai servita.
Non è negligenza a costo zero: è negligenza che si paga.
Se si trattasse di un incidente isolato, lo si potrebbe archiviare come sfortuna organizzativa. Ma a rendere la vicenda del “Pepolino” qualcosa di più è ciò che accade il resto dell’anno, ogni quarto martedì del mese, sulla stessa via della Cooperazione.
Quel giorno la strada è interessata dalla pulizia e i veicoli in sosta vanno rimossi: legittimo, se applicato con un minimo di criterio.
Solo che la via è lunga ma si decide sempre di cominciare nei pressi del nido in orario 7.30-8.30, l’unica finestra in cui decine di famiglie si fermano per accompagnare figli troppo piccoli per scendere da un’auto ed entrare a scuola da soli.
Chi ha mai provato a staccarsi da un bambino di due anni davanti a un cancello sa che non è un’operazione da trenta secondi: servono abbracci, qualche lacrima, un “ci vediamo dopo” ripetuto due o tre volte, mentre dentro il personale educativo prova a gestire l’ingresso di decine di famiglie senza che nessuno le abbia messe nelle condizioni di farlo con calma.
In quella mezz’ora l’amministrazione non offre soste alternative, non sposta l’orario di pulizia, non applica alcuna tolleranza operativa. Applica multe.
Non stiamo parlando di un ente incapace di organizzarsi: stiamo parlando di un ente che l’organizzazione la sa fare benissimo, quando il risultato finisce nelle casse comunali.
La stessa amministrazione che non trova tre giorni di margine per un cantiere davanti a un asilo nido trova, con puntualità, i minuti giusti per far scattare una sanzione alle 8 del quarto martedì del mese.
La stessa amministrazione che si dimentica di avvisare, sospendere, riprogrammare, non si dimentica mai di sanzionare.
Non è un problema di competenze tecniche: chi firma un ordine di servizio per il cantiere e chi firma i verbali di infrazione lavorano nello stesso palazzo, con gli stessi strumenti.
È un problema di dove si sceglie di puntare l’attenzione.
Ed è lì, non nei proclami, che si misura davvero cosa conta per un’amministrazione: la qualità del servizio reso, o la comodità di far rispettare, a ogni costo, la regola più facile da applicare.
Le famiglie del “Pepolino” non chiedono l’impossibile. Chiedono che chi decide i tempi di un cantiere ci pensi due volte prima di stendere del bitume nell’ora d’uscita, e che chi fa rispettare un divieto di sosta lo faccia con lo stesso rigore ovunque – non solo dove è più comodo colpire chi ha già le mani occupate da uno zaino, un seggiolino e un bambino che piange.
Le impronte di bitume sul pavimento di un asilo si puliscono in un pomeriggio. Quelle che un’amministrazione lascia nel modo in cui tratta i suoi cittadini più fragili restano, invece, molto più a lungo.
Un Comune che trova sempre il modo di far quadrare i conti delle sanzioni potrebbe provare, ogni tanto, a trovare con la stessa cura il modo di non doverne emettere affatto.
M.T.
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