lunedì 1 Marzo 2021
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    Trump cancellato. E perché non è vero che è sui social il diritto all’informazione

    Social e diritto all’informazione, a mio modesto avviso, non si incastrano per niente. Gli uni non sono, non dovrebbero essere, funzionali all’altra. E vi spiego perché...

    Donald Trump sospeso, cancellato per sempre addirittura. Facebook e Twitter che all’indomani dell’incredibile sommossa di Capitol Hill prendono decisioni storiche.

    Che creano, come spesso accade, dibattito. Polemiche. Tifoserie. E, perché no, riflessioni: e questo non ci dispiace certo. Riflettere fa bene. Anche e soprattutto di questi tempi.

    Provo a dare il mio modesto contributo, che è quello di chi lavora nel mondo dell’informazione da oltre vent’anni, da oltre otto in proprio. A livello locale. “Corpo a corpo” con i lettori. Mettendoci ogni giorno la faccia (e le risorse). 

    Un contributo che parte dallo spunto che moltissimi, compresi giornali, grandi “firme”, semplici cittadini, hanno dato.

    Ovvero su quanto ci sia da essere “contenti” delle decisioni su Trump; e quanto, invece, scelte come queste vadano a limitare la libertà di espressione e informazione.

    Parto da un presupposto: Facebook, Twitter, sono piattaforme private. Con proprietari privati. 

    Che le dinamiche del mondo, dell’interconnettività, hanno portato a confondere, sovrapporre con funzioni pubbliche. Ma private sono e private restano. Così è se vi pare. Ma anche se non vi pare.

    Paradossalmente, se chi le detiene domani mattina decidesse di chiuderle per sempre, le chiuderebbe e stop. Schermo nero. Fine.

    Quindi devono garantire la libertà di espressione? 

    Certo. In base ai limiti delle leggi degli Stati. Ma anche delle loro policy aziendali. A molti sarà capitato di essere bannati, silenziati, sospesi. Come a Trump… . 

    Si può protestare quanto si vuole, ma siamo su una piattaforma privata che ha delle regole (spesso contorte, per carità) da rispettare. 

    Ma il capitolo che più mi interessa, da addetto ai lavori, è quello che sovrappone ai social la rivendicazione del “diritto a essere informati”.

    E su questo sono molto netto. Social e diritto all’informazione, a mio modesto avviso, non si incastrano per niente. Gli uni non sono, non dovrebbero essere, funzionali all’altra. 

    Ve lo spiego con un esempio legato alla nostra attività giornalistica.

    Il Gazzettino del Chianti e delle Colline Fiorentine è un quotidiano online. Ha la sua testata registrata presso il Tribunale di Firenze e il ROC (Registro Operatori della Comunicazione) della Toscana. 

    Rispondiamo di tutto quello che pubblichiamo, siamo tenuti a rispettare regole e codici deontologici stabiliti dall’Ordine dei giornalisti (oltre che dalla semplice educazione e dal rispetto per le persone).

    Pubblichiamo notizie sul dominio che abbiamo acquistato, www.gazzettinodelchianti.it, la cui “casa” sono i server del nostro provider (così come dei giornali cartacei lo sono le tipografie). 

    Siamo accessibili (a parte i giorni scorsi in cui, per la prima volta in oltre otto anni, a causa del provider abbiamo avuto qualche problema, ne approfitto per scusarmi con i lettori) h24, 365 giorni all’anno. Basta digitare l’indirizzo del sito. O metterci come icona sullo smartphone. Cliccare e… eccoci.

    Veniamo ai social: abbiamo una pagina Facebook, seguita da oltre 26mila persone. Per ogni notizia che pubblichiamo facciamo un post. 

    Che è come se fosse, tornando al giornale cartaceo, la locandina fuori dall’edicola. Il “richiamo” per chi lo intercetta. 

    Ma a prescindere dal post su Facebook la notizia c’è, il giornale c’è, si può andare a leggerlo quando si vuole.

    Anzi, il nostro obiettivo (e in questo senso abbiamo raggiunto grandissimo risultati) è quello di avere lettori sempre più fidelizzati, che vengono sul giornale in autonomia. Ed essere così sempre meno legati ai social. 

    L’essere pervasivi sui social network per molti equivale alla possibilità di aumentare le visite occasionali, le entrate delle pubblicità a click. 

    Anche qui noi siamo diversi, avendo oltre il 95% dei nostri introiti garantito dalle pubblicità “vere”, di aziende, imprese, negozi, attività del territorio. 

    Quindi vi voglio “svelare” una grande notizia: i giornali, i blog, i siti internet privati, personali, esistono e sono visibili a prescindere dai social. 

    Anche il buon Donald Trump ha i suoi: quello personale e quello della Casa Bianca per dirne un paio. Su cui può scrivere quel che gli pare, quando gli pare. Rispondendo ovviamente alla legge. 

    I social invece, e Facebook in particolare, da un certo momento in poi sono diventati una zona franca, in cui tutti i “piccoli o grandi Donald” hanno scritto (e commentato) di tutto. 

    La vera colpa dei loro proprietari è, caso mai, quella di aver permesso di tutto. Aver permesso violenze verbali inaccettabili, fake news (anche qui si sta correndo tardivamente ai ripari) e tutto il campionario che non sto a elencare. 

    Il futuro della libertà dell’informazione, insomma, non è sui social. 

    È, e forse sarò di parte, nei mezzi di informazione, nei giornali.

    È invece nell’aumentarne la qualità. Nell’investire sui giovani.

    È sui blog. 

    È sul cartaceo. 

    È su tutto quello che, gratuitamente o a pagamento, è accessibile. A chiunque, in modo aperto e democratico. 

    Garantito in termini di legalità e di professionalità. Il che, ovviamente, non elimina né errori né abusi, che devono essere controllati e, nel caso, puniti.

    La libertà di informazione non è certo una barra social, una timeline che ti scorre davanti e sulla base della quale, in modo passivo e legato ad algoritmi che il privato decide, ti trovi davanti di tutto.

    Lo sapete vero, ad esempio, che per quanto riguarda le pagine Facebook dei giornali la visibilità e – anche – direttamente proporzionale ai soldi investiti nelle sponsorizzazioni?

    Questa la chiamate libertà? Io, sinceramente, la chiamo pigrizia.

    Siate curiosi. Cercate e trovate le vostre fonti di informazione. Non siate passivi, facendovi “investire” in base a scelte di terzi. La verà libertà di essere informati sta nella vostra voglia e capacità di scegliere, selezionare, valutare.

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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