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lunedì 24 Giugno 2024
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    La casa del popolo di Castellina in Chianti: una storia del Novecento

    Dal racconto di Nello Pianigiani sulla storia della casa del popolo di Castellina in Chianti emergono le principali dinamiche politiche e sociali che hanno segnato il Novecento italiano e, più in particolare, i movimenti di sinistra.

     

    Costruita tra il 1918 e il 1919 con le braccia del volontariato nella parte interna dell'edificio di via IV novembre che oggi ospita la caserma dei carabinieri, la casa del popolo svolgeva funzioni di circolo ricreativo ed era gestita dalla “Società delle Feste” presieduta da Ferdinando Bianciardi.

     

    Nei suoi spazi era allestita una sala teatro corredata di ben quattro camerini, mentre il bar era predisposto nell'attuale ufficio del maresciallo.

     

    Ma con la marcia su Roma del 1922 e i suoi effetti su tutto il territorio nazionale, che interessarono da subito Castellina, questa esperienza civica fu presto superata dall'istituzione della Casa del Fascio, la quale vi rimase fino al secondo dopoguerra, quando, segnando il passo dei tempi, dovette lasciare a sua volta il posto alle sedi dei principali partiti che stavano costruendo la Repubblica italiana.

     

    La casa del popolo potè così riacquisire anche la sua missione originaria: tra riunioni politiche e serate di intrattenimento, tra discussioni di prospettiva su Castellina e sull'Italia e spettacoli teatrali o di ipnotismo come quelli di Armando Saccocci che aveva imparato alcuni trucchi su un libro donatogli da un militare friulano, costituì il punto di riferimento dei giovani del paese, in particolare di quelli di area comunista e socialista, fino al 1953, quando ai beneficiari fu decretato lo sfratto.

     

    Il lavoro di coloro che, trentacinque anni prima, l'avevano edificata a fini ricreativi dovette così subire un secondo smacco: dopo l'appropriazione prepotente del fascismo, ora il bene, proprio in quanto iscritto al patrimonio del Fascio, era passato nelle disponibilità dello Stato repubblicano che aveva deciso di destinarlo a caserma locale dell'Arma.

     

    Tutto dovette ripartire da zero. L'Unione Popolare Castellinese, società che raccoglieva oltre 200 soci, individuò dei terreni come quello in via delle Mura di proprietà della famiglia Grassi, che però pare fosse ritenuto troppo vicino alla parrocchia per poter ospitare la nuova casa del popolo da parte di Monsignor Gaetano Profeti.

     

    Tra forme di ostruzionismo più o meno velate e aneddoti che interessarono alcune famiglie vicine agli ambienti democristiani, l'Unione Popolare Castellinese, sotto la presidenza di Santi Pianigiani, alla fine riuscì a formalizzare l'acquisto di un garage, con orto annesso, in via Trento e Trieste dal quale avrebbe poi avuto sviluppo il nucleo originario della struttura che oggi ospita il bar Sangallo e le sedi locali dell'Arci e (nell'evoluzione del dopo Pci) del Pd.

     

    Proprio come nell'esperienza precedente, l'operazione si concretizzò grazie all'impegno, spesso anche qualificato, dei volontari e alle risorse economiche e strumentali messe a disposizione a vario titolo: alcuni contadini donarono gli stili dei pagliai che, in mancanza dei tubi innocenti, servivano per le strutture dei ponteggi.

     

    Alla metà degli anni '50 potè finalmente essere avviato il servizio bar, in gestione alla famiglia di Terzo Fattorini con modalità di apertura da dopolavoro.

     

    Progressivamente, al piano sottostante, fu realizzata la pista da ballo, poi adibita anche alle proiezioni cinematografiche a partire dal luglio 1960 e per la quale vennero acquistate 200 poltroncine dal Cinema San Marco di Livorno, sede della fondazione del Pci nel 1921.

     

    Con l'obiettivo di realizzare una pista esterna per la stagione estiva, a metà degli anni '60, fu acquisita un'ulteriore porzione di terreno limitrofa al perimetro della sala cinema; i giovani che frequentavano maggiormente il circolo (tra i quali lo stesso Nello, Remo Rusci, Renato e Roberto Verdiani, Cesare e Franco Pancolini, Franco Ragni e Luciano Boddi), con l'approccio dirompente che in quegli anni regolava i rapporti con la generazione dei padri e la consulenza tecnica di un paio di architetti vicini al partito, colsero l'occasione per modernizzare anche la sala interna.

     

    L'ultimo intervento architettonico che portò alle attuali strutture del bar e dell'accesso alla sala risale al 1994, anno in cui il circolo decise di dare in concessione a privati la gestione dell'esercizio pubblico di somministrazione.

     

    Quanto alla proprietà, già dagli inizi degli anni '80 la compagine societaria aveva risentito dei mutamenti legislativi in materia di patrimonio immobiliare afferente ai partiti politici: ma questa è un'altra storia.

     

    In foto il gruppo “Vaima” durante un’esibizione musicale nel 1958

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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