MERCATALE (SAN CASCIANO) – Nella Frosali è una bella signora di novantasei anni. È nata il 20 marzo 1930 e, nonostante il tempo trascorso, conserva ricordi lucidi e intensi degli anni della guerra, vissuti quando era ancora una bambina.
Viveva a Crespello, un quartiere di Mercatale, insieme alla madre Zelinda e ai suoi quattro fratelli: Vasco, Rino, Dino e Leonello, il più piccolo.
Era l’unica femmina in casa. Il padre non c’era più: era morto a soli quarant’anni, in seguito a una caduta accidentale da una scala.
Una famiglia già segnata da una perdita profonda si trovò così ad affrontare anche gli anni più duri della guerra.
“La mamma faceva tutto da sola”, ricorda Nella. Per riuscire a sfamare i figli, lavorava come contadina in una fattoria della zona.
In cambio, spesso, riceveva poco o nulla: “Tornava a casa con una pesca, un grappolo d’uva o poco più”.
La fame era una presenza costante: “Avevamo un etto e mezzo di pane a testa”, racconta.
E anche da bambina, Nella aveva delle responsabilità: preparava i “tegamini” per il pranzo dei due fratelli più grandi, che andavano a lavorare fuori, uno all’Impruneta e l’altro a Firenze.
Tra i ricordi più vivi c’è anche un episodio domestico, semplice ma significativo. Una volta la mamma tornò a casa con un cavolfiore: un piccolo tesoro in tempi di scarsità.
“Eravamo tutti contenti”, ricorda. L’idea era di cuocerlo nell’acqua per poi utilizzare il brodo e rendere il pasto più ricco. Ma un errore trasformò quella speranza in delusione: “Scolai tutta l’acqua di cottura e restammo solo con qualche foglia di cavolo a testa”.
Con lo scoppio della guerra e l’arrivo dei tedeschi, però, la vita si fece ancora più dura.
“C’erano le bombe e noi scappavamo con i vicini in due rifugi scavati sotto a dei greppi in dei campi oltre Crespello”, racconta. La paura diventò parte della quotidianità, fatta di fughe improvvise e notti passate nell’incertezza.
Vicino alla loro casa c’era anche un forno, dove una volta la settimana veniva fatto il pane per tutti. Era un punto di riferimento importante, soprattutto in tempi di scarsità.
“Quando uscivamo dai rifugi, la mattina, correvamo a casa a prendere le poche cose di cui avevamo bisogno”, ricorda.
Sopra le loro teste, però, il pericolo era sempre presente: “Gli aerei da guerra volavano bassi, li vedo ancora come se fosse ora”.
Una notte, la tensione raggiunse il suo apice. Nel rifugio arrivarono i soldati tedeschi e prelevarono tutti gli uomini presenti, destinati a lavori per scavare buche. “Restammo per ore nell’angoscia e nell’incertezza”, ricorda Nella.
Solo dopo un tempo che sembrò interminabile, gli uomini fecero ritorno a casa sani e salvi. Un ricordo che rimase impresso nella memoria come uno dei momenti più intensi di quegli anni.
Poi arrivò la Liberazione: “La gente usciva per strada, era una gioia che non avevo mai visto prima. Quando arrivarono gli americani avevo quindici anni. Ricordo che ballavamo sull’aia insieme a loro”.
In mezzo a tanta sofferenza, tornava improvvisamente la vita: “Le ragazze più grandi sapevano già ballare, io invece no. Ma quella fu l’occasione per imparare. Che serate… tutti quei ragazzi giovani venuti da lontano, che ci offrivano cioccolata e ridevano ballando con noi”.
La fine della guerra non significò però la fine delle difficoltà. “I tempi di miseria continuarono”, racconta.
C’era la tessera per acquistare i beni di prima necessità, e con quella si prendevano anche le sigarette: “La mattina prestissimo, verso le cinque, andavo in piazza dal tabaccaio per prendere delle sigarette per i miei fratelli. Prima arrivavo e meno fila trovavo”.
Sempre con la tessera, la mamma la mandava anche a prendere lo zucchero. “Durante il ritorno facevo un buchino nel sacchetto per mangiarne un po’”, racconta con un sorriso.
Il tragitto verso casa però era lungo e, quando arrivavo a casa, lo zucchero era ormai diminuito in modo evidente: “E allora mi prendevo, giustamente, i rimproveri della mamma”.
Un episodio simile le capitò anche con il tonno: partito intero, arrivò a casa dimezzato. Piccoli gesti spontanei in un tempo in cui anche un pugno di zucchero o qualche boccone in più facevano la differenza.
E tra i ricordi del dopoguerra, ce n’è anche uno che strappa ancora un sorriso. Nel pomeriggio, insieme ad altre ragazze, ci si ritrovava a ricamare sull’aia di casa, tra chiacchiere e risate.
“Un giorno ci siamo dette: immagina se passasse un uomo nudo… cosa faremmo?”.
Un vicino di casa, noto per il suo spirito scherzoso, sentì la conversazione. Poco dopo si presentò davvero sull’aia… senza vestiti.
“Scappammo tutte tra strilli e risate”, ricorda Nella divertita. Anche questo, in fondo, era il segno che la vita stava tornando: la leggerezza, le risate, la voglia di stare insieme.
La libertà però per molti, non fu un punto di arrivo immediato, ma l’inizio lento e faticoso di una nuova vita. Oggi, a distanza di tanti anni, Nella affida alla memoria il compito di raccontare perché, come dice lei stessa, “certe cose non si devono dimenticare”.
Aver vissuto quegli anni di miseria ha lasciato un segno profondo. “Per questo oggi so apprezzare tutto quello che abbiamo”, e nel dire questo sul suo viso appare un bel sorriso illuminato dai suoi occhi vivaci.

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