mercoledì 28 Ottobre 2020
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    La storia operaia del nostro territorio: da Pirelli a Bekaert, nelle parole di Dino Pallassini

    Le lotte sindacali, le mogli degli operai defunti assunte in mensa oer garantirgli uno stipendio... . E oggi? La situazione Bekaert raccontata da Daniele Calosi (Fiom Cgil)

    LUCOLENA (GREVE IN CHIANTI) – Sono molte le industrie di valore sul nostro territorio, anche se soprattutto qualche anno fa l’industria aveva un peso maggiore sull’economia dei nostri comuni.

    Due importanti erano la Sacci, che dava lavoro a centinaia di persone, e la Pirelli, ora Bekaert, che aveva quasi 1.000 operai; anche se collocata su Figline Valdarno dava lavoro a molti grevigiani.

    Abbiamo rintracciato e parlato con un ex dipendente della Pirelli, con il quale vogliamo ricordare cosa era quell’industria negli anni 70, siamo andati a Lucolena a parlare con Dino Pallassini.

    “Sono entrato alla Pirelli il 16 marzo 1970 – comincia Dino – ero la matricola 425, dopo qualche anno eravamo quasi alla matricola 1.300, ma considerando che le matricole andavano avanti anche quando qualcuno cambiava lavoro, al massimo credo fossimo stati quasi 1.000 operai”.

    Dino Pallassini, di Lucolena, a lungo operaio Pirelli a Figline

    “Facevamo la cordicella per i copertoni (Steel Cord) – ci spiega Dino – Inizialmente non era un lavoro particolarmente specializzato, poi col passare degli anni ci siamo sempre più professionalizzati. E quando poi decisi di cambiare lavoro eravamo un’azienda altamente specializzata”.

    “Mi ricordo – aggiunge – che alcuni operai andarono sia in Russia che in Turchia ad insegnare la nostra professionalità. Il problema è che poi le produzioni sono state spostate, lasciando con un pugno di polvere gli operai che sono rimasti”.

    “Erano tempi molto diversi – prosegue Dino – è difficile da spiegare. In molti non credono a come era il lavoro all’epoca, ma soprattutto come era il rapporto tra noi operai”.

    “Mi ricordo bene una volta che discutevamo con l’ingegner Calcaterra – il pensiero corre indietro – per gli impianti di condizionamento in fabbrica, dove a causa dei forni si raggiungevano più di 40 gradi. Al culmine della discussione abbiamo minacciato l’ingegnere di uscire dall’ufficio e bloccare la fabbrica, perché vi assicuro che funzionava così, se fossimo usciti ed avessimo detto di spengere le macchine tutti lo avrebbero fatto”.

    “In questo modo riuscimmo a raggiungere tanti obbiettivi – sottolinea con fierezza – migliorando la qualità di vita degli operai e di conseguenza la qualità del lavoro. Un altro ricordo, per farvi capire la differenza di tempi, è che in mensa ad aiutare il cuoco e sua moglie, che avevano la gestione, c’erano le vedove degli operai, che rimaste sole venivano assunte per garantirgli uno stipendio”.

    Daniele Calosi, segretario Fiom Cgil della provincia di Firenze

    Adesso la situazione è davvero diversa: la Bekaert, dopo aver acquistato nel 2013, ha delocalizzato la produzione in altri Paesi, annunciando la chiusura della fabbrica nel 2018.

    Le lotte sindacali e la determinazione degli operai hanno permesso l’ottenimento della cassa integrazione e la speranza di un rilancio del polo produttivo.

    Lo abbiamo chiesto a Daniele Calosi, responsabile Fiom Cgil nella provincia di Firenze: “Attualmente ci sono 180 dipendenti, tutti in cassa integrazione, e la società ha annunciato pochi giorni fa di voler proseguire con la cassa integrazione per Covid per altre 9 settimane”.

    “Se pensiamo che la fabbrica doveva essere chiusa circa due anni fa – riflette Calosi – siamo riusciti a garantire un minimo di stipendio a 180 famiglie per tutto questo tempo”.

    “Adesso finalmente – prosegue Calosi – sono stati presentati due piani industriali, uno da le Trafilerie Meridionali ed uno da una Cooperativa di ExOperai, Steel Coop Valdarno”.

    “Entrambi i piani – conclude – sono stati considerati dal Governo dignitosi e funzionali; dalla seconda metà di settembre ci metteremo ad un tavolo con tutti i soggetti interessati per capire nel dettaglio quale tra i due sia il migliore, per rilanciare l’attività industriale e garantire l’occupazione lavorativa”. 

    @RIPRODUZIONE RISERVATA

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