giovedì 9 Luglio 2020
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    Arredare casa, ovvero raccontarsi per oggetti

    Sono ormai diventate parte dell’immaginario collettivo quelle liti furibonde che coinvolgono le coppie nei grandi magazzini.

     

    Liti dove il pomo della discordia è un oggetto d’arredamento, un soprammobile o simili. Liti dove magari abbiamo di volta in volta giocato le parti dell’attore piuttosto che del pubblico.

     

    Possibile sia così difficile trovare un accordo? Tutta una questione di diversità di gusti?

     

    Non solo. Perlomeno secondo alcuni ricercatori che hanno studiato il design e l’arredamento della classe media inglese.

     

    Questi autori si riferiscono agli interni delle nostre case con il termine “auto-topografie”. La parola, certamente un po’ bizzarra, indica come alcuni fra gli oggetti siano spesso usati per esprimere valori, convinzioni e desideri; in altri termini la nostra personalità. Una sorta di autobiografia raccontata per oggetti piuttosto che per parole.

     

    Ciò risulta particolarmente evidente nel caso delle fotografie che abbiamo in casa. Anche se la fruizione delle foto è drasticamente cambiata con l’avvento della fotografia digitale, comunque la fotografia rimane parte del nostro arredamento, per le funzioni che svolge.

     

    E’ inoltre probabile che la sua funzione cambi a seconda dell’ambiente in cui è inserita. Le fotografie presenti negli “ambienti familiari”- spazi frequentati solo dalla famiglia, come per esempio la cucina- sembrano scelte per rafforzare i legami familiari stessi. Le foto presenti negli spazi “pubblici”- quelli dove accogliamo conoscenti e visitatori, come il salotto – sono tendenzialmente scelte in funzione del loro valore estetico e della capacità di ravvivare la conversazione.

     

    Invece le foto presenti negli spazi “personali”- es. le camere – magari riposte dentro scatole o archivi digitali, permettono di immergerci nei nostri ricordi. Inoltre, mentre un genitore tende a esporre foto che evidenziano il legame fra i familiari, un adolescente preferisce foto riguardanti situazioni esterne al nucleo familiare stesso, che esprimano la sua individualità.

     

    E’ infatti a partire dai nostri ricordi che elaboriamo significati e identità personali, oggetto di costanti ri-formulazioni.

     

    In questo senso, possiamo servirci di un oggetto di arredamento per raccontare noi stessi ad un visitatore, variando storia e grado di condivisione a seconda dell’ascoltatore e del contesto della visita.

     

    Questo sarebbe in accordo con quanto teorizzava Ervin Goffman, secondo il quale la nostra “presentazione” varia a seconda del contesto condiviso e delle sue norme implicite: banalmente, la nostra storia sarà raccontata diversamente (e diversamente ci presenteremo) a seconda dell’aver ospite un amico piuttosto che il datore di lavoro.

     

    Se vi state dunque chiedendo come mai il/la vostro/a partner non si sia ancora deciso/a a buttare quella vecchia poltrona o quell’orrendo soprammobile di famiglia, potete forse aver trovato qui un abbozzo di risposta (considerando l’arredo in questione non solo un oggetto ma l’espressione di una identità e di una storia). Se poi vi state chiedendo se abbiate ragione voi piuttosto che lui/lei, beh su questo non ci pronunciamo, perchè, come dice il proverbio, fra moglie e marito…

     

    – Brockmeier, J. (2010) After the Archive: Remapping Memory. Culture Psychology, 16 (5), 5-35.

     

    – Petrelli D., Bowen S. & Whitaker S. (2014) Photo mementos: designing digital media to represent ourselves at home. International Journal of Human Computer Studies, 72(3), 320-336.

     

    – Van House (2009) Collocated photo sharing, story‐telling, and the performance of self. International Journal of Human Computer Studies, 67, 1073‐1086.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

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