domenica 9 Agosto 2020
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    Ottimismo o illusione? Un’analisi curiosa e uno studio americano… da compilare

    Conoscete la storia del bicchier d’acqua, che gli ottimisti vedrebbero mezzo pieno e i pessimisti mezzo vuoto?

     

    In effetti, di fronte al concetto di ottimismo, molti di noi hanno reazioni contrastanti: forse esso viene associato a buon umore ma anche ad illusione, diniego della realtà o perfino ingenuità.

     

    Questa forte ambivalenza ha certamente origini antiche: già Voltaire in “Candido” (1759) descrive un ragazzo che, istruito a vedere il mondo unicamente in maniera ottimistica, affronta poi la realtà della vita imbattendosi in svariate disavventure.

     

    Questi aspetti contraddittori si ritrovano anche nella ricerca scientifica (Forgead & Seligman, 2012).

     

    Da una parte infatti sono numerosi gli studi che hanno confermato l’effetto benefico dell’ottimismo sul benessere psicologico e fisico, compreso, ad esempio, un più veloce recupero a fronte di operazioni chirurgiche.

     

    Dall’altra sono però emersi anche gli svantaggi di tale disposizione: ad esempio adottiamo spesso comportamenti nocivi per la salute, come fumare o mangiare cibi non sani, sottostimando la probabilità che proprio la nostra persona ne subirà le conseguenze (mostrandoci quindi irrealisticamente ottimisti rispetto a quest’ultime).

     

    Una delle teorie più indagate sull’ottimismo è quella sviluppata da Seligman (2013). Secondo questo autore l’ottimismo non è una generica aspettativa su come andranno le cose nel futuro ma è bensì costituito dal tipo di spiegazione che diamo ai nostri insuccessi. Sorpresa: il tempo dell’ottimismo non è dunque il futuro ma il passato prossimo, riguardando non quello che ci accadrà ma ciò che si è appena verificato. E’ sugli insuccessi, le battute di arresto, gli imprevisti e le tribolazioni quotidiane che Seligman posa il suo sguardo.

     

    Di fronte a qualcosa andato storto, ne ricerchiamo infatti la causa, anche in maniera automatica e implicita. Se individuiamo la causa in fattori modificabili e specifici, avremo allora assunto un atteggiamento ottimista.

     

    In uno dei suoi studi più interessanti Seligman (Seligman & Schulman, 1986) si occupò del lavoro dei dipendenti di un’agenzia assicurativa: un’occupazione impegnativa dal momento che normalmente la maggior parte dei clienti contattati rifiuta di sottoscrivere polizze assicurative.

     

    Come venditori è quindi facile scoraggiarsi. I dipendenti che avevano maggior successo lavorativo erano quelli che, a fronte di un rifiuto, attribuivano l’insuccesso non a fattori stabili e aspecifici (ad esempio: “sono un fallimento”) ma a fattori modificabili e particolari (ad esempio: “sto usando l’approccio sbagliato” o “l’ultima persona era di malumore”).

     

    E così facendo, dopo aver magari incassato dieci rifiuti di seguito, compivano l’undicesima telefonata, “sentendo” che sarebbe stata la volta buona.

     

    Certamente il tipo di spiegazione fornita dipende anche dall’evento considerato ma il punto è che ciascuno di noi tende ad avere uno stile esplicativo abbastanza ricorrente.

     

    Tornando all’esempio del bicchier d’acqua, sia per gli ottimisti che per i pessimisti risulta evidente che le cose non sono andate come ci si aspettava e che il bicchiere non è stato completamente riempito.

     

    E’ sulla spiegazione dell’evento che si gioca la differenza fra i due: la convinzione di poter riempire oppure no il bicchiere e quindi l’attenzione su quello che già abbiamo e su cosa fare per migliorarlo, piuttosto che su quello che ci è mancato e non riusciremo ad ottenere.

     

    Quando attribuiamo gli insuccessi a fattori personali, stabili e immodificabili (“non sono capace”, “non sono abbastanza bravo”, “sono uno stupido”) ci precludiamo la possibilità di intervenire sugli eventi e di rimediare agli insuccessi. Tendiamo a sperimentare più facilmente un senso di tristezza e ad evitare di affrontare la situazione (“tanto non c’è niente da fare, sono il solito”).

     

    Uno dei maggior effetti benefici dell’ottimismo risulta il continuare ad insistere a fronte degli insuccessi, fiduciosi nella possibilità di riuscire a cambiare le cose (Nes & Segerstrom, 2006).

     

    Non sempre tuttavia, insistere nel perseguimento di un obiettivo risulta conveniente: a volte purtroppo ciò che abbiamo desiderato non è possibile raggiungerlo o è andato perduto. In questi casi, prendere atto della situazione ed elaborare la perdita, risulta fondamentale per poter tornare ad investire le proprie energie in altri ambiti e su altri scopi.

     

    Occorre dunque quello che l’autore chiama un “ottimismo flessibile”. Uno stile esplicativo di questo tipo può essere appreso, diventando consapevoli delle nostre spiegazioni ricorrenti così da imparare a modularle in base alle sfide che la realtà ci pone di fronte.

     

    Come scrive Seligman, “ciò che vogliamo non è un ottimismo privo di senso ma un ottimismo flessibile, un ottimismo con gli occhi aperti” (Seligman, 2013, pag. 360).

     

    Se a questo punto siete curiosi di conoscere quanto siete ottimisti, potete entrare sul sito dell’Università della Pennsylvania (https://www.authentichappiness.sas.upenn.edu) e, effettuata una registrazione gratuita, accedendo alla sezione “Questionnaires”,  compilare il test.

    Forgead, M.J.C. & Seligman, M. (2012) Seeing the glass half full: A review of the causes and consequences of optimism. Pratiques psychologiques, 18 , 107–120.

     

    Nes, L., Segerstrom, S., 2006. Dispositional optimism and coping: a meta-analytic review. Personality and social psychology review 10, 235–251.

     

    Seligman,M. Learned optimism (1990, Pocket Books, New York) traduzione italiana Imparare l’ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero. Giunti Editore (ed. 2013)

     

    Seligman, M., Schulman, P., 1986. Explanatory style as a predictor of productivity and quitting among life insurance sales agents. Journal of personality and social psychology, 50, 832–838.

     

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