lunedì 13 Luglio 2020
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    Rimuginare: ovvero quando pensare troppo diventa un problema

    A chi non è mai capitato di trovarsi in una situazione che lo preoccupa e che non riesce a togliersi dalla testa?

     

    Una situazione di disagio a lavoro, una difficoltà nella coppia, uno sbaglio commesso e di molte altre pagine ancora è formato l’atlante delle nostre preoccupazioni.

     

    Pensare ad un problema è certo positivo se aiuta ad elaborare delle soluzioni.
    In alcuni casi tuttavia ci focalizziamo su quello che potrebbe accadere, cercando di scandagliare tutte le possibili evoluzioni negative della situazione stessa. I nostri pensieri iniziano con “E se..” terminando di volta in volta con un esito sfavorevole diverso dal precedente.

     

    Questo rimuginio diventa spesso un rumore di fondo che ci accompagna anche quando la sera chiudiamo la porta dell’ufficio. Abbiamo difficoltà ad addormentarci e quando la mattina ci svegliamo eccolo riaffacciarsi di nuovo.

     

    E’ evidente come tutto questo diventa molto stancante. Ma allora perchè rimuginiamo?

     

    Principalmente perchè pensiamo sia utile: per affrontare i problemi, per prepararci al peggio, per evitare che il peggio accada, perchè l’incertezza della situazione è insopportabile.

     

    Siamo davvero convinti che se ci preoccupiamo ancora un po’, se facciamo un altro sforzo e pensiamo un po’ più a lungo al problema, allora, stavolta sì, si sistemerà tutto.

     

    Invece il rimuginio è un pensiero astratto. Quando rimuginiamo non immaginiamo mai nel dettaglio come le cose potrebbero davvero andare, piuttosto saltiamo da un esito all’altro senza definirne alcuno. Tanto che neppure abbiamo molto chiaro in cosa consiste il danno temuto.

     

    La conseguenza è che non potendo definire la situazione che ci preoccupa non possiamo neppure decidere come affrontarla.

     

    Questa caratteristica è importante perchè permette di distinguere un pensiero orientato alla risoluzione di un problema (inquadriamo una situazione specifica, elaboriamo un piano di azione, lo mettiamo in atto e poi pensiamo ad altro) dal rimuginio (pensiamo a esiti catastrofici diversi, non ne definiamo nessuno, non elaboriamo uno specifico piano di azione, ne siamo assorbiti per molto tempo).

     

    Ad esempio: ho commesso uno sbaglio a lavoro. PENSARE a ciò che potrebbe accadere, come reagirà il nostro superiore, cosa diranno di noi i colleghi, che conseguenze avrà sulla nostra carriera non è la stessa cosa del PROGETTARE come affrontare la situazione (tipo: come ritagliarmi il tempo per correggere l’errore, a chi potermi rivolgere per un aiuto o un consiglio, o ancora come gestire le conseguenze dell’errore, cosa fare per arginarne i danni etc.).

     

    Che fare dunque?

     

    Occorre anzitutto evitare di reprimere le nostre preoccupazioni perchè ciò, in realtà, le mantiene. Reprimere i nostri pensieri è un po’ come tenere una palla sott’acqua: richiede uno sforzo attivo e costante e non appena molliamo la presa, tutto torna a galla.

     

    Avete presente la tipica frase: non pensare ad un elefante rosa! Che succede se vi sforzate di non pensare ad un elefante rosa?!

     

    Alcune possibili accortezze sono:

     

    1- se possibile elaborare un piano di azione, scegliere cosa fare (valutare le alternative, scegliere quella più vantaggiosa, applicarla e vedere com’è andata). Se non è possibile agire ora, passare intanto ai punti seguenti;

     

    2- circoscrivere le preoccupazioni ad un tempo specifico ed esclusivo della giornata (una mezz’ora da dedicare al rimuginio);

     

    3- cercare di mantenere la nostra attenzione orientata su ciò che stiamo facendo qui ed ora.

     

    Una certa dose di ansia e rimuginio in presenza di situazioni spiacevoli è da mettersi in conto, ma se si mantengono nel tempo o interferiscono con la nostra capacità di superare le situazioni problematiche, compromettono il lavoro o altro, allora può essere utile una consulenza psicologica.

     

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